LODO ALFANO/ Zanon: ecco perché la Corte ha detto no a quella legge
Nicolò Zanon
lunedì 12 ottobre 2009
La rozzezza delle polemiche di questi giorni sulla sentenza costituzionale sul Lodo Alfano rischia di travolgere quel minimo di lessico istituzionale che dovrebbe accompagnare tutti i protagonisti del dibattito pubblico. All’esigenza di un ritorno alla serietà delle riflessioni non può sottrarsi nessuno, nemmeno quelli che – come il sottoscritto – sono fortissimanente critici rispetto all’esito della sentenza, al contesto incerto e disordinato che vi si è accompagnato, ai problemi che la pronuncia (peraltro ancora non nota nella sua motivazione) apre o lascia irrisolti.
Oggi si torna a biasimare la “politicità” della Corte, guardando alle biografie o alle appartenenze storiche dei suoi componenti, scomodando perfino gli organi che in anni passati ne hanno nominato alcuni componenti. Ma deve essere chiaro un aspetto: nelle ovattate stanze di Palazzo della consulta, la politica entra di certo, ma entra o dovrebbe entrare con la “P” maiuscola. Se nel nostro sconfortante panorama istituzionale c’è un organo la cui architettura complessiva di composizione risulta tuttora mirabile, questa è proprio la Corte costituzionale. In essa convergono e si armonizzano tre anime ben diverse, ma niente affatto incompatibili: quella “istituzionale”, impersonata dai cinque membri di nomina presidenziale, quella “giudiziaria”, coincidente con i cinque membri eletti dalle supreme magistrature ordinaria e amministrative, e quella più schiettamente “politica”, che origina dal Parlamento, il quale elegge giuristi di fama con sensibilità politico-culturali facilmente identificabili.
Tre origini e tre sensibilità differenti, certo, che peraltro sono fonte di arricchimento reciproco e dovrebbero fondersi in unità dentro al Collegio. E solo chi è a caccia di improbabili scoop giornalistici può pensare che queste tre origini diverse marchino linee di confine invalicabili e non comunicanti. Per quanto se ne sa, nelle camere di consiglio le discussioni mostrano convergenze spesso inattese e le sensibilità distinte e le distanze ideologiche vengono superate in nome delle scelte più opportune, più giuste, o che tali vengono di volta in volta ritenute.
Le decisioni a maggioranza pongono un problema, certo. Ma a parte il fatto che il segreto della camera di consiglio rende i conteggi giornalistici alquanto aleatori (e inducono semmai a biasimare le indiscrezioni, tanto più se provenienti dall’interno), questo è essenzialmente un problema della Corte, che essa deve risolvere al suo interno.
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