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CHIESA/ Magister: meno ideologia e più educazione, l’appello di Bagnasco non solo ai politici
CHIESA/ Magister: meno ideologia e più educazione, l’appello di Bagnasco non solo ai politici
INT.
Sandro Magister

mercoledì 27 gennaio 2010

 

Non ci sono solo i nuovi politici cattolici nella prolusione di Mons. Bagnasco di lunedì al Consiglio permanete della Cei. Il primo posto e il più importante lo occupa - dice Sandro Magister, vaticanista de L’Espresso - l’incontro degli uomini con Dio, la Chiesa e la salvezza. Ma anche la preoccupazione che cattolici disorientati e senza anticorpi non sappiano opporsi al nuovo radicalismo militante.

 

Tutti i giornali di ieri hanno messo in primo piano il «sogno» del cardinal Bagnasco di una nuova generazione di politici cattolici. È davvero il centro del suo discorso?

 

Non sono sorpreso. Da molti anni la prima parte della prolusione del presidente della Cei è sempre dedicata alla Chiesa universale e agli insegnamenti più recenti del magistero del Papa. La seconda parte invece è puntualmente un discorso centrato sull’Italia e sulle questioni aperte più importanti. Ecco perché è quella che viene ripresa più facilmente dagli organi di stampa.

 

Quali sono secondo lei gli aspetti preminenti nella riflessione di mons. Bagnasco?

 

Un posto di rilievo lo occupa - e non potrebbe essere diversamente - la questione di Dio riproposta agli uomini contemporanei: il «cortile dei gentili» di Benedetto XVI, uno spazio «dove gli uomini possano in qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero». Un luogo cioè dove gli uomini possano dialogare sulle grandi questioni indipendentemente dall’appartenenza o no alla Chiesa.

 

Bagnasco parla nuovamente di «emergenza educativa».

 

È la prova che la questione educativa rimane in cima all’agenda della Cei, perché il suo senso profondo è la trasmissione stessa della fede. Ma va intesa nella sua completezza: non riguarda solo la scuola in senso stretto, ma la trasmissione, attraverso i saperi, di una visione del mondo. È un tema che mette in gioco la famiglia, la Chiesa nelle sue articolazioni più popolari, dalla parrocchia alla scuola di catechismo, dalla scuola all’ora di religione, che per la Cei resta un capitolo prioritario. E trascurato.

 

Lei rileva differenze tra l’impostazione di Bagnasco - compreso l’accento finale dedicato ai politici cattolici - e l’approccio del cardinal Ruini?

 

Esiterei molto a dire che c’è una differenza di impostazione tra l’uno e l’altro, tra Bagnasco e il Ruini presidente della Conferenza episcopale. Ci sono sì alcune differenze, però non sono immediatamente da ricondurre ad una distanza rispetto alla linea del predecessore, ma dipendono piuttosto dal fatto che la presidenza Bagnasco è ancora in una fase di costruzione. Il contributo del cardinal Ruini è stato quello di un lavoro spesso faticoso, spesso controcorrente e spesso isolato. Quella di rendere sempre più autorevole la Conferenza episcopale è una fatica che ogni suo nuovo presidente «deve» inesorabilmente fare. I tempi cambiano e pongono problemi nuovi.

 

A che cosa si riferisce esattamente?

 

 

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