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ELEZIONI/ Perché Berlusconi e Bersani scelgono la Piazza come "terapia di gruppo"?
ELEZIONI/ Perché Berlusconi e Bersani scelgono la Piazza come "terapia di gruppo"?
Paolo Franchi

venerdì 12 marzo 2010

Millenovecentonovantasei
Per cominciare, un passo indietro lungo quattordici anni.
All’indomani delle elezioni vinte da Romano Prodi e dall’Ulivo, Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, in un convegno indetto da Liberal, convengono solennemente su un punto essenziale. Se i vincitori e i vinti di quella sfida elettorale non riusciranno, nei cinque anni di legislatura, a riconoscersi reciprocamente piena legittimità nell’unico modo possibile, e cioè dando vita insieme agli istituti e alle regole della Seconda Repubblica,  avranno fallito nel tentativo di costituirsi in nuova classe dirigente. E dovranno andare a casa. Ma a pagare il prezzo più alto di questo fallimento sarà il Paese. Sappiamo com’è andata. E non è particolarmente interessante ricostruire qui il come e il perché, provarsi a stabilire se quella Bicamerale fosse o no la strada migliore o chi porti le responsabilità maggiori per il fallimento della medesima. Quel che conta è che non se ne è fatto nulla,  quelle ambizioni si sono perse per strada, ma a casa non c’è andato (quasi) nessuno.

Duemiladieci
Storie dell’altroieri? Sicuramente sì. Ma io continuo a pensare che gli effetti velenosi, anzi, distruttivi di quel disastro abbiano segnato pesantemente tutto il periodo successivo. E che oggi si manifestino in forme drammatiche. Legittimazione reciproca per mettere finalmente in cantiere qualche riforma di sistema? Ma neanche per idea. Guardiamoci intorno, un giorno dopo la conferenza stampa di Berlusconi, un giorno prima della manifestazione romana del centrosinistra. Stando alla rappresentazione che del cosiddetto “caos delle liste” danno le diverse leadership politiche, o presunte tali, ma anche l’informazione, mezza Italia è convinta che chi governa intende cambiare in corsa, a proprio vantaggio, le regole del gioco, magari facendo prigioniero, all’uopo, il capo dello Stato. L’altra mezza metterebbe una mano sul fuoco sul fatto che le opposizioni (non solo quelle politiche, nel mazzo bisogna mettere, si capisce, un bel pezzo di magistratura) cerchino di vincere la partita a tavolino, impedendole addirittura di andare alle urne, a costo di scaricare un presidente della Repubblica che pure proviene dalle loro file. Per ciascuna delle parti in campo, l’altra è golpista.

Tempi de guera, più balle che tèra
Si tratta, in tutta evidenza, di corbellerie. Di corbellerie che dovrebbero infiammare gli animi e fare proseliti, e magari ci riusciranno. Ma pur sempre di corbellerie. Un piccolo esperimento per provarlo. Nei fatti è capitato, per la storia delle liste, quel che doveva capitare per come si erano messe le cose. E allora  chiedetevi come sarebbero andate le cose se tutte le parti in causa, invece di straparlare, di impiccarsi ai ricorsi, di esercitarsi in improbabili decreti legge, di giocare al più pericoloso dei wargame, avessero provato a ragionare scommettendo, in primo luogo, sull’esito più che probabile, anzi, quasi scontato della contesa: Polverini e Formigoni riammessi, lista del Pdl a Roma e provincia no. 


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