DIETRO LE QUINTE/ Mps e quei due problemi che agitano Mattarella

Gianluigi Da Rold

Renzi non si aspettava un Mattarella così risoluto nella gestione della crisi. Ora è Mattarella ad avere in mano le sorti del paese. Ma molti fronti preoccupano anche lui. GIANLUIGI DA ROLD

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Sergio Mattarella — come ogni altro capo dello Stato dell'Italia repubblicana — arrivò al Quirinale per una serie di circostanze, oltre, s'intende, per i meriti che aveva. A Matteo Renzi andava benissimo un personaggio di riconosciuta statura politica, ma che non fosse invadente e che non avesse una personalità spiccata da protagonista. Renzi su questo punto deve aver insistito a costo di giocarsi l'accordo sulle riforme costituzionali con Silvio Berlusconi e una parte del centrodestra. Le possibilità per una prosecuzione del patto del Nazareno c'erano tutte. Forse bastava "interessare" Giuliano Amato, o in caso di contestazioni troppo forti, si poteva interpellare anche Anna Finocchiaro, che avrebbe aperto le stanze del Quirinale a una donna per la prima volta. Restano ancora molti interrogativi senza risposta in quella vicenda, che alla fine però ha coinvolto tutti, portandoli in ordine sparso al referendum del 4 dicembre 2016, la partita persa duramente da Matteo Renzi e dal suo governo. E di fatto, nonostante le tribolazioni romane di Virginia Raggi, il risultato del referendum è stato nuova benzina nel motore dei pentastellati di Beppe Grillo.

Al termine di questa confusa partita nazionale, con un contesto internazionale ed europeo in piena evoluzione, il presidente Sergio Mattarella non è apparso più schivo, riservato e poco invadente. Nel momento in cui Matteo Renzi si è dimesso, dopo una scommessa da bar (che adesso tutti onorano con sussiego) detta al momento del tentativo di riforma costituzionale, Mattarella ha risolto una crisi pericolosissima nel giro di 24 ore.

Si potrà dire che ha varato un "governo fotocopia", che la scelta del "conte" Paolo Gentiloni è sembrata solo il contraltare del modo di parlare di Renzi, per ribadire in modo normale le stesse cose che diceva Renzi. Si possono trovare diversi accostamenti e immaginarsi molti retroscena, ma non c'è dubbio che "l'andata e ritorno", forse programmata da Renzi, non è più all'ordine del giorno e le elezioni sono un desiderio generale, a parole, che però va a sbattere contro la mancanza di una buona legge elettorale che Mattarella, nel discorso di fine anno, ha messo al primo posto per ritornare subito al voto.

La politica è un lavoro intellettuale creativo che si sviluppa giorno dopo giorno, guardando la realtà attentamente, e non può ridursi a un programma elaborato e promesso schematicamente per i prossimi venti anni. Le complicazioni si moltiplicano, con una facilità incredibile. E' inevitabile che il "conte" Gentiloni prosegua nella "continuità renziana", ma anche nella discontinuità di toni e soprattutto governi di fronte a problemi che nell'ultimo anno, a livello nazionale, internazionale ed europeo si sono accumulati.

Ora, in attesa della riforma elettorale, in attesa che Renzi e il Pd si mettano d'accordo al loro interno, in attesa che le altre forze politiche si ricompattino o si aggreghino (si è visto di tutto in questa legislatura, con oltre 235 trasmigrazioni parlamentari), il governo di Gentiloni e il presidente Mattarella sanno di aver di fronte tre problemi principali e qualche altro "fastidio".