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LA STORIA/ Dalle scuole in Perù agli orti di Haiti: quando è l'esperienza che vince, non la difesa di valori
LA STORIA/ Dalle scuole in Perù agli orti di Haiti: quando è l'esperienza che vince, non la difesa di valori
Redazione

lunedì 4 gennaio 2010

Qualcosa non tornava. I bambini senza una corretta alimentazione non riescono a studiare, a giocare. «Andando poi a conoscere la realtà nella quale vivevano, ho capito che a questi bambini, per crescere, non mancavano solo proteine o calorie. Mancava l’affetto». Un mix fondamentale. Per crescere dovevano essere certi dell’amore delle loro mamme. Madri quasi sempre sole che si devono barcamenare tra tanti figli e la ricerca di un lavoro impossibile. I bambini più grandi, facendo leva sulla capacità d’adattamento, in un modo o nell’altro ce la fanno, lasciando però indietro il fratellino più piccolo. Che non è proprio abbandonato, ma non riceve abbastanza attenzioni, mangia poco e male, si isola, il peso scende, non ha forze e si ammala.

 

Da allora, anche le mamme sono state coinvolte nel programma. Chi aiuta in cucina chi in altri lavori. Guardando come i loro figli vengono accolti e curati, nasce in loro una voglia di bellezza mai provata prima che le fa mettere in moto. E così sono nati anche laboratori artigianali che hanno generato autostima e lavoro. Persone libere. La cosa più improntate è creare una rete, favorire il dialogo e valorizzare tutto quello che c’è. «Un bambino denutrito va seguito educativamente» – tuona Ana Lydia – «Non ci sono altri metodi. L’educazione nutrizionale va a pari passo con l’affettività. Questo è il metodo. Distillare valori insegnando a riconoscerli e a perseguirli. In Messico, politiche e stili di vita così evanescenti hanno fatto sì che il Paese diventasse il maggiore consumatore al mondo di bibite gassate, alzando la percentuale del 500 per cento».

 

I valori della persona non possono essere ridotti a merce di scambio o sostituiti da un liberismo senz’anima che in nome di una laicità laicista annulla tutto e tutti. Il succo l’ha spiegato bene Luisa Cogo durante un affondo sull’educazione di venerdì 18 dicembre: «quello che ci interessa è accompagnare la persona aiutandola a scoprire il suo valore e le sue potenzialità. E per metterlo in pratica occorre anche una casa per tessere legami e che espliciti il coinvolgimento». La mensa, l’ospedale o i campi scuola per i campesinos in Perù raccontati da Omar o gli orti di Haiti di Tito e Fiammetta, così come il centro sanitario di Lagos che la brava Luisa ha raccontato, sono case certe e sicure. Forse difficili da raccontare in modo scientifico o impossibili da relegare in sminuenti categorie sociologiche (che a volte sono necessarie per accedere a fondi o riconoscimenti), ma vere. Genuine, semplicemente perché rispondono al bene comune. «E’ l’esperienza che vince» – dice Giorgio Vittadini nella sua lezione sul dilemma tra replicabilità degli interventi e costruzione di un soggetto - «non la difesa dei valori». La finalità? La persona protagonista e non più beneficiario.

 

(di Elisabetta Ponzone)

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