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LUIGI DALLAPICCOLA/ La bellezza semplice e dolorosa della "Piccola musica notturna"

Luca Belloni

Ci sono musiche che hanno il potere di associarsi indelebilmente a una situazione, a un luogo, a un avvenimento. LUCA BELLONI introduce all'ascolto della "Piccola musica notturna" (1954) di Luigi Dallapiccola, una pagina legata definitivamente all’estate

Pubblicazione: giovedì 12 agosto 2010



Come il poeta vaga nell'incantata cornice notturna sentendola in definitiva estranea (“passeggio […] solo, come un fantasma”) così il musicista esplicita il conflitto tra uomo e mondo, tra realtà soggettiva e tetragona oggettività del creato attraverso lo spiccato dualismo degli atteggiamenti musicali.

La domanda di fondo sembra riecheggiare il leopardiano “Canto notturno” con la sua selva di interrogativi lanciati contro un cielo che, impassibile, non risponde.

Così, in questo gioco di alternanze sempre cangianti, anche la fugace comparsa di una “voce della natura” [2’28”] (il richiamo di un uccello notturno?) provoca il repentino innesco del meccanismo dialettico [2’38”].  Tutto sembra essere motivo di dramma, di tormento.

La natura prismatica della strumentazione utilizzata dal compositore (le figure musicali spesso sono “polverizzate” tra i diversi strumenti secondo i dettami della “melodia di timbri di weberniana memoria) enfatizza da un lato l’aspetto magico, incantatorio della natura e dall’altro esaspera i conflitti che, puntualmente, riemergono.

È davvero possibile all’uomo, sembra dirci l’autore, comprendere il senso di tutto quello che lo circonda?  Dalla luna alla sabbia, dall’acacia al campanile?

È come se Dallapiccola, nelle repentine slogature del discorso come nelle sue cristalline volute, ripercorresse la traiettoria della paradossale, ma logica affermazione del “matto” felliniano: «Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle».



BBC Philharmonic Orchestra
Gianandrea Noseda, direttore