Il modello Irlanda per la pace in Medio Oriente

Nel negoziato tra repubblicani e unionisti nell’Irlanda del Nord ci sono stati pensieri e bisogni che hanno toccato la volontà, che si sono tramutati in parole e decisioni, in programmi condivisi. Un metodo che può valere in qualunque parte del mondo

02.10.2008 - Roberto Fontolan
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Tempo fa un articolo dello scrittore israeliano David Grossman raccontava della disperata invidia per la riuscita del negoziato di pace tra repubblicani e unionisti nell’Irlanda del Nord. Come hanno fatto, si chiedeva lo scrittore? E qual è la ricetta? Non possiamo applicarla anche qui da noi per trovare una soluzione alla guerra israelo-palestinese? Come facciamo ad imparare il cammino? Fateci un corso, diceva Grossman, fateci partecipare alle vostre riunioni. E aggiungeva: dobbiamo cominciare dalle cose semplici: rivolgerci la parola con interesse reciproco (e non soltanto per affermare la propria posizione), “spendere” del tempo insieme, essere disponibili, manifestare una sincera volontà di incontro, anche personale (forse soprattutto personale). Perché non ne siamo capaci?

Qualche anno dopo, l’intervento pronunciato al Meeting di Rimini 2007 dal giornalista irlandese John Waters (e pubblicato in La verità, il nostro destino, Mondadori Università, Milano 2008) pareva involontariamente rispondere alle questioni poste dolorosamente da Grossman. Egli parlava del premier e del vice premier nord-irlandesi, che per anni erano stati acerrimi nemici e che ora sedevano insieme al governo, sorridenti e amichevoli. Questa immagine «suggerisce che è successo qualcosa di trascendente, qualcosa che supera il normale ambito d’azione della politica». Waters prova a descrivere questo «qualcosa di trascendente»: «Non si è trattato di una riconciliazione sdolcinata realizzata nell’interesse della pacificazione, ma di un profondo rapporto umano che ha superato le barriere ideologiche, storiche e politiche tra questi due uomini… Questa riconciliazione umana è stata alimentata da un contesto assai più ampio, da un profondo mutamento nella cultura circostante e questa riconciliazione personale, di due persone, ha a propria volta alimentato i mutamenti che le hanno dato vita». Cioè ci sono stati pensieri e bisogni che hanno toccato la volontà, che si sono tramutati in parole e decisioni, in programmi condivisi: Waters racconta bene il processo che lui definisce simile «allo sbrinamento di un frigorifero», in cui la pazienza e la determinazione si sono alleate per un lungo tempo.

Tra i due mondi (Medio Oriente e Irlanda del Nord) moltissime sono le differenze che rendono ardui paragoni e somiglianze. Eppure nelle parole di Waters si può scorgere una chiave culturale, un principio che vale a tutte le latitudini.  «Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo» diceva don Luigi Giussani: è esattamente quello che possiamo scorgere alla radice del lunghissimo e drammatico processo di pace nell’Ulster (e qualcosa di simile si può dire a proposito della fine dell’apartheid in Sudafrica). E anche se nel tempo e nelle circostanze storiche gli uomini cedono alla tentazione di “cambiare metodo”, di abbandonare o censurare il cuore, la verità di questo principio non ne viene offuscata. Non si tratta di una convinzione privata, di una “ispirazione” di coscienza, ma di una dinamica storica, reale, sperimentabile persino in un negoziato politico. Il frigorifero si può sbrinare se qualcuno si mette al lavoro, come hanno fatto gli antichi nemici irlandesi. Cambiano i contesti e le condizioni, quel principio è all’opera dovunque ci sia qualcuno che lo fa suo.

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