SCUOLA/ Il “non avvenimento” dello sciopero generale di oggi

- Roberto Fontolan

Oggi, giovedì 30 ottobre, ci sarà il non avvenimento più rumoroso e spettacolare (e si spera pacifico, almeno questo, nell’insensatezza generale), il magma delle ultime settimane si incanalerà per le povere strade di Roma, destinate alle convulsioni

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Ieri ho passato un paio d’ore in un liceo classico romano, una scuola statale di buona qualità, non di quelle blasonate (tipo Visconti o Tasso), ma dalla fama piuttosto solida.

 

C’era l’autogestione. E non ho capito in cosa consistesse, dal momento che il cortile interno, pessimamente tenuto, florido di erbacce e mozziconi, è stato perennemente affollato di ragazzi impegnati nell’attività che apparentemente più li appassiona, il cicaleccio. Ragazzi belli, vestiti anche decentemente sebbene con una chiara tendenza allo sdrucito; ragazze splendenti di gioventù, forsennatamente abbarbicate le une alle altre per raccontarsi chissà quali segreti.

Ogni tanto un evidente capetto chiamava a sé i fedelissimi impartendo indicazioni, forse di un programma assembleare, forse di una più sana serata di calcetto. Una professoressa armata di buona volontà stanava i gruppetti sperduti nei corridoi e visibilmente in cerca di disimpegno: non potete stare qua, o andate in palestra o un aula magna o in classe se avete l’insegnante. Una signora volonterosa e dotata di senso di responsabilità, non si sa mai: nel bighellonare qualcuno degli incustoditi potrebbe farsi male…

Con una prof parlavo di bisogno affettivo, ottenendo accondiscendenza e comprensione ma anche la risposta secca: “dovere educativo”. Sono rimasto sorpreso, favorevolmente: non è affatto facile che un insegnante usi parlare di educazione dando alla parola un peso che ho sentito reale e denso.

Mi sembrava che la conversazione, mentre fuori imperversavano inconcludenza e vaghezza, stesse prendendo una piega attraente. Ma ho capito poco dopo che per la prof la coppia bisogno affettivo-dovere educativo fosse in realtà una coppia di opposti. Nel rapporto con gli studenti lo spazio concesso al bisogno affettivo lo si toglie al dovere educativo. Le due cose non possono convivere, ed è anzi assurdo pensare che possano vivere nella stessa persona, nello stesso rapporto, nella stessa classe.

Per l’insegnante, una persona quadrata, seria, di valore, esperta, competente, davvero encomiabile, l’affetto (meglio: affezione) si avvicina pericolosamente all’indulgenza e l’educazione si sostanzia decisamente nella “buona educazione”. Siamo dalle parti della condotta, insomma. Senza naturalmente trascurare la didattica, Ariosto e Promessi sposi, che anzi deve regnare sovrana su tutto, e giustamente, ci mancherebbe.

Dalla finestra arrivava l’eco dei non avvenimenti del cortile, mentre dietro i vetri si scorgevano i movimenti rapidi delle teste e delle labbra dei nostri figli sospesi nella mattinata (non sanno ancora che quelle due ore, quelle precise, irripetibili, uniche ed immortali due ore non torneranno mai più).

L’autogestione, l’occupazione, la manifestazione: nelle scuole d’Italia da giorni non si parla d’altro. Una nervosa eccitazione si è impadronita delle conversazioni a tavola e dei dialoghi tra mamme: hanno occupato? Per ora no, ma domani fanno l’assemblea… e tua figlia? Mah, è tutta agitata, ma a scuola col sacco a pelo non ce la mando… Non è questione di maggioranze e minoranze: queste, spalleggiate da insegnanti e genitori, si sono imposte su quelle, così come da giorni a Roma i cortei improvvisati di liceali sbucati dai portoni scolastici si sono imposti sulla vita dei quartieri facendoli impazzire di traffico e di appuntamenti mancati.

Oggi, giovedì 30 ottobre, ci sarà il non avvenimento più rumoroso e spettacolare (e si spera pacifico, almeno questo, data l’insensatezza generale simboleggiata dalle risse di ieri “per prendersi la testa del corteo”), il magma delle ultime settimane si incanalerà per le povere strade di Roma, destinate alle convulsioni (ormai consuete: c’è un corteo alla settimana). E tutto vi confluirà, le settimane perse, i dialoghi senza uscita, le apprensioni familiari, e tanti ragazzi che, bene illusi dai loro badanti adulti sulla “necessità di una svolta”, pensano di cucire la giovinezza con il filo consunto della ribellione (“altrimenti che giovani sono?” dicono non nei bar ma nelle scuole: come si può tollerare una simile idiozia?). Domani, per fortuna, è un altro giorno.

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