Di fronte alla crisi è urgente che il G8 imbocchi una nuova strada

Sommersi dalla crisi finanziaria si pensa a vertici e a nuovi G8. Ma le democrazie devono riprendere a pensare a se stesse e al loro contenuto, prima ancora che ai mutui

09.10.2008 - Roberto Fontolan
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Presto, ci vuole un vertice. Dateci un G8 straordinario, un Summit europeo, un’Assemblea dell’Onu, un Dialogo Nord-Sud, un Forum a Davos, un Colloquio a Dubai, almeno uno straccio di Incontro euro-mediterraneo… Qualcosa che faccia capire che i Grandi si danno da fare per arginare la valanga, che si mettano d’accordo su due o tre punti, o anche uno solo. E’ piuttosto paradossale che nel momento del quasi-disastro ci si voti a un santo che ha l’immaginetta di una tavola rotonda. Se il capitalismo finanziarizzato si sta trasformando in un incubo peggiore di quello di Osama, da dove ci verrà l’aiuto – direbbe il salmista? Da anni non sentiamo che rovesciare anatemi contro gli organismi internazionali. Non senza ragione, e anzi con molte ragioni, ci siamo avventati contro la mostruosa paralisi delle Nazioni Unite, l’esaurimento psico-fisico dell’Unione Europea, la scandalosa burocratizzazione di tutte le agenzie possibili e immaginabili, la semivuota grancassa del G8, persino dell’insensibilità dell’Opec e della inanità dell’Oua. Ora, in che modo congressi e convegni e convocazioni urgenti potrebbero riuscire a fare ciò che non hanno fatto per molti anni? Anche la recente rimpatriata di quattro “piccoli grandi europei” non ha prodotto altro se non “la necessità di rivedersi e di parlare ad una voce sola”? E qualcuno ricorda che solo due settimane fa si è aperta in pompa magna l’Assemblea generale delle Nazioni Unite? Di che si è parlato? Che cosa stanno facendo? Prendiamo il G8. Proprio all’assemblea di New York il presidente francese Sarkozy ha illustrato in un magnifico discorso (come solo i francesi sanno fare) la necessità di dare una svolta alle relazioni tra gli Stati, l’urgenza di una strada nuova. Ha aggiunto che anche il G8, che tempo fa era il G7, è ormai anacronistico, che dovrebbe diventare G14 o G16, inglobando Cina, India, Brasile etc. etc. Una prospettiva che ha riscosso l’entusiasmo del nostro ministro Giulio Tremonti, il quale ne ha scritto sul Corriere della Sera. Ma quale dovrebbe essere il contenuto unificante del nuovo G alla ennesima? Il Pil, la bilancia dei pagamenti, le riserve auree o petrolifere? O forse c’è qualcosa d’altro da mettere sul documento fondativi del nuovo club: trasparenza, diritti, regole democratiche, pluralismo?

Qualche anno fa, sull’onda delle discussioni occidentali seguite all’11 settembre, dall’America era stata posta una questione nuova e finalmente “impolitica” (nel senso del politicamente corretto) e “a-economica”, e cioè per un momento non schiava degli interessi dell’import-export: c’è una differenza sperimentabile tra democrazie reali e altri regimi? I diritti umani e le libertà della società civile dove sono tutelati? Queste differenze hanno un valore misurabile, tracciano dei confini, fanno capire delle dinamiche? Quali conseguenze ne traiamo nella vita degli organismi internazionali? Per qualche tempo un’aria fresca e pungente era circolata nelle capitali, come un tentativo di risveglio dal sonno del mondo “onusiano”, ma poi, quando gli enigmi che avrebbero richiesto tanto lavoro e tanta pazienza sono stato risolti nello slogan “esportiamo la democrazia in Irak”, siamo tornati a sonnecchiare: insofferenti verso la foresta pietrificata degli acronimi planetari e impotenti ad agire per ridarle vita, vita vera. Intanto gli altri, i “regimi” di vario colore e natura, hanno ripreso la marcia per occupare presidenze, comitati ristretti, direzioni esecutive.

Ora, sommersi dalla crisi finanziaria, si pensa a vertici e a nuovi G8. Ma se le democrazie non riprendono a pensare, a se stesse e al loro contenuto, prima ancora (o almeno in contemporanea) che ai mutui, ci baloccheremo con la solita scatola vuota e costosa.

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