ELEZIONI USA/ Il giorno della verità per le ambizioni di Barack Obama

La chiave del successo di Obama non è in un cambiamento delle tensioni razziali, che affliggono ancora molti americani, ma la sua abilità di attrarre milioni e milioni di nuovi elettori, preparati ad affrontare la questione razziale con nuove modalità

04.11.2008 - Lorenzo Albacete
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È finita. Quando leggerete queste righe, i giochi per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti saranno ormai chiusi. In questo momento, a poche ore dal giorno dell’elezione, tutti sono diventati molto prudenti ad anticipare risultati, ma la maggioranza dei sondaggi prevede la vittoria di Obama. Ma anche se Obama perdesse, queste elezioni avranno cambiato la storia politica americana.

 

Soprattutto un elemento è alla base di questo cambiamento: il fattore razziale. La ragione per cui è così difficile predire l’esito di queste elezioni è l’impossibilità di misurare l’impatto sugli elettori dell’identità razziale di Obama. Questo fattore, e non quello tradizionale della divisione tra conservatori e progressisti, destra e sinistra (nel senso americano, non europeo), appare essere determinante nel decidere il risultato di questa elezione.

Si potrebbe verosimilmente dire che se Obama fosse stato un bianco, nessuno avrebbe dubitato della sua vittoria: Obama avrebbe vinto, non perché la maggioranza degli americani siano diventati di sinistra, ma perché la grande maggioranza delle persone non è ideologica e vuole un cambiamento, perché considera intollerabile e pericolosa l’attuale situazione del paese.

Non ha nessuna importanza la destra o la sinistra. Il comportamento “presidenziale” e entusiasmante di Obama durante la campagna, così come la sua astuzia politica nel venir fuori dal nulla per battere l’establishment Democratico (che era schierato in favore di Hillary Clinton), gli avrebbero garantito la presidenza, non importa quanto egli fosse progressista. Il fattore che si è posto di traverso a questa certezza è appunto la sua razza.

Non è questione di razzismo come ideologia, ma è piuttosto la paura di ciò che non si conosce. Per gli indecisi, Obama appare attraente, ma estraneo. In una recente ricerca un gran numero di intervistati considerava gli europei bianchi (Tony Blair, per esempio) più “americani” rispetto ad un americano nero. Non è un problema di colore della pelle, è un problema di cultura degli afro-americani. È la loro cultura, non il colore della loro pelle come tale, che preoccupa il medio elettore bianco. (Nel caso di Obama c’è l’ulteriore complicazione del suo retroterra veramente multi culturale e multi razziale, per non parlare del suo nome).

È già sorprendente che Obama sia riuscito a superare queste preoccupazioni e ad arrivare dove è arrivato, e questo è una sorprendente rivelazione di come oggi gli americani stiano vivendo il dramma razziale, che è stato parte così integrante della storia della nazione.

In effetti, la chiave del successo di Obama non è in un cambiamento delle tensioni razziali, che affliggono ancora molti americani, ma la sua abilità di attrarre milioni e milioni di nuovi elettori, preparati ad affrontare la questione razziale con nuove modalità.

Se Obama vince, questo nuovo modo di vivere il dramma delle differenze di razza negli Stati Uniti sarà un fattore importante per il futuro di questo Paese.

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