Per Alitalia no a soluzioni-tampone

- Ugo Bertone

Qualunque sia l’esito della trattativa, bisogna tracciare le linee per un nuovo tipo di relazioni solidali che presto saranno necessarie, pensando alle altre situazioni di crisi che già battono alle porte. Un monito per imprenditori, banche e sindacati

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Premessa d’obbligo: scrivo queste note prima che si concluda il round domenicale di trattative per la sorte della nuova (e vecchia) Alitalia. Assumendomi l’onere di una previsione al buio: oggi, lunedì 15 settembre, ci saranno più impavidi passeggeri sulle linee interne del Texas, disposti a sfidare le ire dell’uragano Ike piuttosto che italiani così ottimisti (od incoscienti) a pensare di poter utilizzare, senza correre il rischio di improvvisi ed imprevedibili stop all’aeroporto di Fiumicino, Brindisi o Linate. E molti benediranno quello straccio di concorrenza, vedi Ryan Air da Orio al Serio a Ciampino per fare un esempio, che la tanto sbandierata “italianità” vuole reprimere ad ogni costo.

Insomma, altra previsione a freddo, i partecipanti alla sfida finiranno la giornata come i campioni del wrestling. Chi ha avuto la fortuna di vedere a Venezia il magnifico film che segna il rilancio di Mickey Rourke ha sì avuto conferma che questo sport ricorda da vicino lo spettacolo teatrale (alla fine tutti amici come e più di prima, con uno slancio solidale che fa invidia in una società votata all’individualismo) ma quelle botte spesso fanno male per davvero. E per tenersi su, vicendevolmente, i protagonisti pagano un caro prezzo in termini di salute, abuso dei farmaci e così via. Fuor di metafora. Tutti sappiamo perfettamente che, allo stato delle cose, i protagonisti della partita, nessuno escluso, possono consentirsi una frattura. Non è il caso di Silvio Berlusconi, che ha scelto questo terreno simbolico (assieme ai rifiuti di Napoli) per dimostrare la capacità di governare con i fatti. Non è il caso delle tante sigle sindacali con interessi difformi: dopo essersi assunti la responsabilità di respingere Air France (e prima ancora, la stessa Lufthansa), nessun leader, grande o piccolo che sia, può alzarsi dal tavolo delle trattative senza un successo (vero o verosimile che sia) da presentare al pubblico. E lo stesso vale per i rappresentati della cordata: oggi sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma, se davvero si vuol far nascere una compagnia in grado di crescere nel medio termine, nemmeno loro possono permettersi il lusso di mostrare solo la faccia dura. Insomma, sospettiamo che siamo di fronte all’ennesima manfrina, che non potrà che chiudersi con un accordo. Che lascerà comunque ferite sulla pelle dei protagonisti.

Una tragedia all’italiana che qua e là si tinge di commedia. Perché, se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere. Già, lo scoglio ultimo non sono, almeno per il momento, i lavoratori in esubero. Quelli che andranno in prepensionamento piuttosto che gli esuberi destinati a finire chissà dove. No, per ora il problema riguarda chi resta, gente a cui viene chiesto di rinunciare ai contratti in essere (o ai “privilegi”, come spesso a torto vengono definite le clausole a vantaggio dei dipendenti della Magliana). Sembra un assurdo: come se i naufraghi del Titanic rifiutassero il salvagente o la redistribuzione delle gallette e delle razioni d’acqua… Ma non finiscono qui le assurdità, vere o apparenti. Basti citare l’identità, mica troppo segreta, del fornitore che già sabato scorso minacciava di chiudere i rubinetti dei distributori di kerosene ai voli Alitalia: si tratta nientemeno dell’Eni, società quotata in Borsa, certo, ma che vanta il Tesoro quale azionista di riferimento. Non occorre essere un dietrologo per capire che la levata di scudi del cane a sei zampe (e l’evidenza data all’indiscrezione) non sono sgradite a palazzo Chigi ma fanno parte degli ingredienti inevitabili per preparare un “happy end”. O, più facile, il rinvio ad una nuova serie. Perché in vecchia e nuova Alitalia, l’importante è ritagliarsi un “posto al Sole”.

Bando alle ironie, troppo facili in questa materia. Aspettiamo l’accordo, sperando che non ci costi troppo. In termini di equità e di regole, prima che di quattrini. Innanzitutto: è l’occasione, il caso Alitalia, per “ripensare le reti di sicurezza” per chi rischia di trovarsi senza posto di lavoro. Non solo in Alitalia. Guai se il governo si limiterà a tamponare una situazione-limite, senza tracciare le linee per un nuovo tipo di relazioni solidali che presto saranno necessarie. Guai a non pensare alle altre situazioni di crisi che già battono alle porte, pensando di poter affrontare le emergenze come tanti compartimenti stagni. E lo stesso, naturalmente, vale per imprenditori e banche (finora hanno molto preso, poco rischiato, dato quasi nulla) e più ancora per il sindacato.

Dopo l’accordo, che prima o poi verrà, l’Alitalia non sarà uscita dal tunnel. E il salvataggio della compagnia (più quello di Air One) non avrà per niente affrontato il tema di un sistema aereo adatto ad un Paese moderno. L’italianità si difende trasportando passeggeri da e per l’Italia, non difendendo con le unghie e con i denti il monopolio sulle rotte interne. Di qui al 2012, tanto per dirne una, la nuova azienda non volerà da e per la Cina. Di tutto ciò se ne parlerà a tempo debito. Oggi limitiamoci ad assistere a questa battaglia, vera o presunta che sia. Con una convinzione: comunque finisca non sarà un successo di cui andare fieri. Nel migliore dei casi una Dunkerque, necessaria per salvare il salvabile. Dopo di che, delle due l’una: o si cambia registro per davvero; oppure si resta a terra. E non solo in senso metaforico.



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