L’educazione dei bambini e il veto dei sindacati

- La Redazione

Le proteste dei sindacati contro il decreto 137 sono fatte con toni eccessivamente agguerriti, che rischiano di minare quello che dovrebbe essere un serio e pacato dibattito sulle soluzioni migliori per l’educazione dei nostri figli

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Immagine d'archivio

«A fronte di questa situazione è necessario definire un calendario di mobilitazione e di lotta per contrastare scelte sbagliate ed inaccettabili». Queste parole di fuoco, con cui si chiude il comunicato stampa della Flc-Cgil in merito alla possibile reintroduzione dell’insegnante unico alle elementari (decreto legge 137, 1 settembre 2008), danno lo spunto per una riflessione sull’acceso dibattito che in questi giorni accompagna le decisioni del governo in materia scolastica. Troppo spesso, infatti, si soprassiede colpevolmente a certe espressioni, e si accettano supinamente, quasi fossero assolutamente necessarie, certe caratteristiche ormai tipiche della vita pubblica del nostro Paese.

L’autunno caldo, ad esempio, è una di queste. Soprattutto nel mondo della scuola. È accettabile la mobilitazione e la lotta del sindacato contro scelte definite semplicemente «sbagliate»? Tale aggettivo, infatti, implica nulla di più che un disaccordo rispetto al progetto in questione. Non implica affatto la percezione di una violazione dei diritti dei lavoratori, per contrastare la quale l’azione del sindacato pienamente si giustifica. Ma tant’è: alle organizzazione sindacali, specialmente quelle agguerritissime che operano nella scuola, si è concesso il diritto di inquinare il dibattito pubblico, sostituendo alla discussione e al confronto la «mobilitazione» e la «lotta». Lotta che, per di più, si esercita contro le decisioni di un governo legittimo, la cui azione può essere criticata, ma non può essere, anti-democraticamente, bloccata. A quando una riflessione su questo? E a quando un’ulteriore riflessione sulla legittimità delle ripetute e metodiche occupazioni di scuole, evidentemente fomentate se non direttamente organizzate dai sindacati stessi?

Ma veniamo al merito delle critiche da cui si genera l’affermazione sopra riportata. Le argomentazioni si articolano in tre punti: con il decreto 137 si riduce il tempo-scuola; si abbandona la specializzazione dei maestri, rendendoli “tuttologi”; si intacca la scuola elementare, che è l’unica a tenere alta la qualità dell’istruzione nel nostro Paese.

Sulla riduzione delle ore scolastiche è presto detto: la qualità della scuola non dipende certo dal monte-ore; per quanto riguarda le difficoltà cui possono andare incontro le famiglie abituate a lasciare i bambini a scuola per un periodo di tempo maggiore, basta leggere il testo del decreto: «nei  regolamenti  si  tiene  comunque conto delle esigenze, correlate alla  domanda  delle  famiglie,  di  una più ampia articolazione del tempo-scuola».

L’abbandono della specializzazione dell’insegnamento elementare, lungi dall’essere una critica, è invece il vero pregio di questa norma: è necessario che vi sia un punto di riferimento educativo che accompagni il bambino nell’apprendimento delle basi del sapere, al di sopra di ogni specializzazione che si rende necessaria più avanti nell’età. Su questo due precisazioni: innanzitutto la sempre maggiore esigenza di una reale libertà di scelta delle famiglie, che devono poter avere una piena fiducia nelle persone cui affidano i propri figli; in secondo luogo l’esigenza di una chiara valutazione dell’operato dei maestri, con conseguente modifica delle modalità di formazione e reclutamento.

Da ultimo, la qualità della nostra scuola elementare – che c’è, ed è riconosciuta – non ha nulla a che vedere con l’abbandono del maestro unico. Sanno tutti benissimo che la riforma del 1990 che introdusse i tre maestri e il cosiddetto “modulo” fu fatta solo perché, con il calo demografico, si temeva ci potessero essere effetti sempre più gravi sul piano occupazionale. Ed è una ben strana idea di pedagogia.



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