GIUSTIZIA/ Alla radice del problema

- Lorenza Violini

Il problema della giustizia non è solo un problema tecnico. E non è neppure politico, se per politica si intende il tentativo di opporre disegno a disegno, moralità (vera o presunta) ad immoralità. Vi è una questione ben più radicale a cui è urgente che tutti comincino a cercare risposte, ed è quella di identificare una direzione verso cui avviarsi e una meta verso cui tendere

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Foto: Imagoeconomica

In uno Stato di diritto le regole che presiedono all’organizzazione e al funzionamento degli apparati giudiziari hanno come scopo ultimo di far fronte al dramma che si svolge quando, amministrando la giustizia, un uomo giudica un altro uomo. Di qui la forte tensione a spersonalizzare gli attori di questo dramma, incanalando l’azione dentro rigide regole procedurali e spogliando l’uomo che giudica di tutti quegli aspetti “soggettivi” che potrebbero inquinare l’imparzialità della sua azione.

Avere una magistratura indipendente sia come corpo sia come singoli che ad essa appartengono fa parte di questa tensione, ben percepibile nelle norme, costituzionali e non, che trattano del tema, le quali – tuttavia – rifuggono da derive isolazioniste: si pensi dall’integrazione del Csm con membri di nomina parlamentare o alla norma sui limiti all’iscrizione dei magistrati ai partiti politici.

Due sono gli argini, dunque, entro cui si deve incanalare la logica dell’indipendenza per dare i suoi frutti: che essa sia percepita e invocata a garanzia del cittadino e non come una sorta di autoreferenzialità autogestita, e che peschi i suoi moti ispiratori in un humus culturale e politico in cui cittadini, magistrati, classe politica e mass media tendano a creare un clima in cui la priorità sia data al perseguimento della giustizia, pur nella consapevolezza della perfettibilità dell’umano tentativo.

La garanzia dell’indipendenza della magistratura è un compito che coinvolge tutte le istituzioni e non un affare interno alla magistratura stessa, da brandire contro la restante compagine delle istituzioni. Se così si muove, il terzo potere si espone alle critiche, che si vanno diffondendo, di stigma verso le smarginature del giudiziario. Ricorda, pur sommessamente, Jeremy Waldron, che la classe politica che compie errori ha dietro di sé il voto della maggioranza mentre il giudice non può che rifarsi a se stesso e, se sbaglia, egli resta pur sempre uno mentre gli altri sono e restano i molti.

Ora, in uno Stato di diritto il rispetto delle norme non è mai mera forma, ma comporta una lettura attenta, competente ed integrale dei dati normativi alla luce dell’esigenza ultima di giustizia che alberga nel cuore dell’uomo. La magistratura è il primo interprete e il primo difensore della legalità formale e sostanziale: un atto, pur formalmente corretto, se adottato per un diverso scopo o per l’affermazione di un proprio progetto di giustizia, di moralità, o del tentativo di influenzare il quadro politico, mette a repentaglio tutto l’impianto su cui si regge l’organizzazione della giustizia e ne mina la credibilità.

I recenti fatti di cronaca non sono problematici perché sono stati compiuti errori, ma per la palese strumentalizzazione dell’apparato giudiziario: privare, per esempio, un cittadino della libertà nella settimana antecedente al Natale non è problematico perché poi si è rivelato un errore tecnico, ma perché ha evidenziato una visione distorta che presiede all’attivazione di certi istituti quali la carcerazione preventiva. Così torna lo spettro dell’ingiustizia, il dramma dell’uomo che, sulla base di proprie visioni, ideologie o sentimenti, sottopone l’altro a giudizio snaturando il tentativo di oggettivazione che anima le regole della giustizia in un Paese democratico. E non sarà una mera modifica alla composizione del Csm o la produzione di sistemi amministrativi più efficienti a restaurare un’integrità di coscienza e di azione che va scemando, forse non nella magistratura nel sua complesso ma almeno nei suoi elementi cui i mass media danno spicco e in certi suoi organi rappresentativi.

Tutto questo per dire che il problema della giustizia non è solo un problema tecnico. Ben vengano, certo, le norme sulla riforma delle procure, quelle volte a valutare l’operato dei magistrati (ma anche a farne valere le responsabilità quando compiono errori anche reiterati e compiuti “a cuor leggero”), quelle che mirano a garantire l’efficienza della macchina giudiziaria, scandalosamente lenta ed inefficiente. Ed il problema non è neppure politico, se per politica si intende il tentativo di opporre disegno a disegno, moralità (vera o presunta) ad immoralità, come se la moralità fosse una questione di schieramento. Vi è, credo, una questione ben più radicale a cui è urgente che tutti, a partire dalla magistratura, comincino a cercare risposte, ed è quella di identificare una direzione verso cui avviarsi e una meta verso cui tendere, nella consapevolezza che sarà una strada non breve; anche se, forse, qualche sussulto, qualche albore di questa consapevolezza comincia a farsi, pur faticosamente, strada.



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