Dalla Russia nove storie di eroi

- Roberto Fontolan

A vent’anni dall’89 e a dieci dall’insediamento di Putin, la pubblicazione del libro “Liberi” di Giovanna Parravicini permette di capire il vero valore del popolo russo

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Venti anni dopo l’89, cosa sappiamo della Russia? Il crollo del muro di Berlino aprì una fase conclusa e drammatica: le incertezze di Gorbaciov e l’improvviso eroismo di Eltsin capace di issarsi su un carro armato per bloccare, quasi da solo, il tentativo golpista; il caos minaccioso e incontrollabile che sembrava impadronirsi di una società senza più anima e talmente depressa da precipitare in una crisi demografica paurosa, con aspettativa di vita a livello “africano”; l’emergere di un cocktail di poteri forti e fortissimi composto da ex comunisti e miliardari dalle sospette fortune. Per un decennio la Russia è stata nel panico e ha seminato il panico: chi e come avrebbe controllato il suo arsenale nucleare? Chi e come avrebbe avuto ragione delle variegate mafie che si disputavano il cadavere dell’ex “impero del male”? In questo 2009 “celebriamo” anche i dieci anni del sorgere della stella di Vladimir Putin, entrato nella stanza del potere nel 1999 grazie a Boris Eltsin e oggi capo supremo e solidissimo, incontrastabile (nel senso che chi ci ha provato è finito male) manager del Cremino e dei suoi segreti. Il doppio “anniversario” consentirà di affrontare approfonditamente i grandi temi della Russia odierna, che per tanti aspetti resta un continente misterioso.

Ma prima delle analisi geopolitiche e delle esplorazioni sulla personalità di Putin, non si può cominciare a parlare di Russia senza leggere un magnifico libro, recentemente pubblicato da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano”. Lo ha scritto Giovanna Parravicini, “russologa” di grande valore, animatrice del Centro Biblioteca dello Spirito di Mosca e da pochissimo nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il libro, che ha come titolo “Liberi”, racconta nove biografie di uomini e donne della Russia recente e contemporanea, personalità che hanno vissuto in parte o per intero i lunghi decenni del potere comunista e che non hanno mai rinunciato. A cosa? Al proprio desiderio umano. Storie commoventi e sconvolgenti. La pianista Marija Veniaminovna Judina, ad esempio, artista straordinaria, adorata dai grandi russi del secolo scorso, da Bachtin a Pasternak, interprete geniale di Bach e Stravinski. Sciostakovic narra che una sua esecuzione radiofonica di Mozart incantò Stalin al punto che il dittatore pretese di avere immediatamente il disco, ma il disco non esisteva e il concerto era stato eseguito dal vivo; perciò i commissari della radio organizzarono in fretta e furia un nuovo concerto che venne registrato e mandato all’impaziente “padre della patria”. Egli ne fu grato al punto che fece avere alla Judina l’incredibile somma di ventimila rubli. Lei lo ringraziò con queste parole: «Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso e la perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». Ma il libro è ricco di pagine intense e sorprendenti. Come quelle dedicate a Vera Laskova, la “dattilografa del samizdat”, la cui storia fa rivivere la stagione del dissenso e ci riporta i volti e i nomi, che noi smemorati di Occidente abbiamo dimenticato, della rivolta giovanile anticomunista degli anni Sessanta. E la figura schiva e immensa di Sergej Averincev, un vero “uomo colto” del XX secolo, alla pari di De Lubac e di von Balthasar, capace di ipnotizzare centinaia di studenti parlando dell’estetica bizantina.

Le storie raccontate da Giovanna Parravicini ci fanno attraversare un tempo segnato dalla Grande Menzogna (Evgenija Ginzburg) e da un dolore senza fine: la morte, la violenza, la prigionia, le vessazioni, l’ostracismo, la solitudine, la perdita delle persone amate. Nessuno potrà mai risarcire i russi di tutto questo. Eppure queste storie dicono che la luce non si spegne mai del tutto, che la speranza si attacca alla vita non come un augurio ma come un fatto vivente persino nel campo di concentramento. A venti anni dall’89 la Russia di oggi dovrebbe tornare a guardare i suoi veri e non retorici eroi. E noi con lei.



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