La rivincita dei santi

- Pierluigi Colognesi

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi

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In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.

 

Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.

Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo – di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile -, non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà – che molti santi avevano in dosi massicce -. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.

Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.

Ecco perché in molte cronache sulla mostra di Roma ho notato un certo disagio, una sorta di fastidio; sembra quasi che si voglia a tutti i costi far scendere dal piedestallo i santi, mostrando che, in fondo, si tratta di persone con molti limiti e difetti. Ma lui, il santo, non ha mai pensato di salire su quel piedistallo e, tantomeno, per la sua impeccabilità. L’eroe è ammantato di un’aura di perfezione; il santo rimanda umilmente ad altro da sé. Per questo è scomodo e si deve in qualche modo esorcizzare la sua pretesa.

 

L’altro elemento che connota il recente revival della santità è il rapporto del santo con il potere. Un’intera sezione della mostra romana è dedicata ai re santi. E proprio a questo proposito ho notato che il sospetto di molti cronisti diventa esplicito. I moralisti, gli amanti del cristianesimo disincarnato pensano: come può essere santo uno che maneggia quotidianamente il potere, coi suoi compromessi, astuzie e crudeltà?

 

Ma se uno ci pensa, sa benissimo che, nel suo piccolo, ha a che fare esattamente con queste stesse cose e che proprio lì si gioca la sua battaglia per la santità, cioè per la sua vera umanità. Chi, dall’altra parte, ha il potere o la politica come unico criterio di valutazione non esita a piegare alla propria ideologia anche i santi; come Dario Fo, che ha fatto del patrono di Milano niente meno che «un vero comunista» ante litteram.

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