Giustizia è fatta?

- Paolo Tosoni

Le riforme legate alla giustizia non sono più rinviabile se si vuole ristabilire equilibrio di poteri ed equità. PAOLO TOSONI spiega a ilsussidiario.net i punti critici di questa vicenda

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E’ difficile orientarsi nelle proposte di Governo in tema di giustizia che si susseguono freneticamente in questi giorni e delle quali abbiamo, di fatto, quale unica fonte, le notizie dei mass-media che cercano di interpretare le poche generiche informazioni che provengono dai protagonisti della politica e dai loro avvocati parlamentari, deputati alla stesura e rifinitura di un disegno di legge di riforme che parrebbe imminente.

Cerchiamo, comunque, di fare un po’ d’ordine su alcuni punti di riforma annunciati, cercando di giudicare la bontà o meno delle ipotesi e la loro reale fattibilità.

Si è parlato tra ieri e oggi, con riferimento all’incontro tra Fini e Berlusconi, della possibile riforma dei tempi di prescrizione dei processi penali, ossia di una “prescrizione breve”, che sembrerebbe profilarsi in questi termini: non più di due anni per ogni grado di giudizio per reati sotto i dieci anni di pena edittale massima, mentre non ci sarebbe l’accordo per abbreviare di un quarto gli attuali termini di prescrizione per i reati con pena edittale superiore a dieci anni di reclusione.

Sul punto è certamente apprezzabile il tentativo di accorciare i tempi della giustizia penale – che nel nostro Paese sono abnormi e continuamente sanzionati dagli organismi Europei sulla base del principio introdotto nella nostra Costituzione del c.d. giusto processo –bisogna, tuttavia, fare alcune considerazioni: se non si interviene radicalmente con alcuni correttivi sul funzionamento del nostro processo penale, l’accorciamento dei termini prescrittivi significa aggravare ulteriormente la nostra patologica incapacità di giungere ad una pena definitiva, con grave danno sia per gli imputati sottoposti ad anni di processo senza una parola fine e delle vittime che non avranno mai giustizia; una sentenza che arriva dopo dieci anni, piuttosto che una prescrizione che interviene prima del termine dei tre gradi di giudizio è di fatto una denegata giustizia per tutti i protagonisti del processo e per la collettività.

E’ necessario, pertanto, intervenire sugli istituti del codice di procedura penale che hanno dimostrato in questi anni di pratica giudiziaria di essere fonte di gravi ritardi o di prestarsi a strumentalizzazioni dilatorie; suggeriamo alcune possibili modifiche, ovviamente, in modo sintetico e senza i dovuti approfondimenti.

 

Bisognerebbe modificare il sistema delle notifiche: è impensabile nel secondo millennio che non si utilizzi lo strumento informatico, imponendo la domiciliazione degli indagati/imputati presso gli avvocati, essendo la difesa tecnica obbligatoria nel nostro ordinamento; sarebbe auspicabile utilizzare l’udienza preliminare solo per i riti alternativi (patteggiamenti e giudizi abbreviati), costituendo attualmente un inutile quarto grado di giudizio; bisognerebbe imporre un termine perentorio al P.M. per l’esercizio dell’azione penale scaduti i termini di indagine (migliaia di processi con indagini terminate, giacciono per anni senza che venga formulata richiesta di archiviazione o di rinvio a giudizio) e ai giudici per stendere le motivazioni delle sentenza, prevedendo eccezioni solo per i processi molto complessi. Sono solo alcuni esempi, ma senza questa modalità di intervento contemporaneamente alla riduzione dei termini di prescrizione, la pur buona intenzione finirebbe, come detto, per aggravare ulteriormente una situazione già di per sè paradossale.

 

Auspicabile, inoltre, un serio rifinanziamento del settore giustizia, per il quale negli anni precedenti abbiamo assistito ad un continuo taglio di risorse, segno evidente dell’assenza di una reale volontà riformatrice.

 

Un’ultima considerazione su un tema che continua a rimbalzare sulle cronache dei quotidiani e che fa da sottofondo al tema delle riforme della giustizia.

 

Ci si scandalizza del fatto che il direttore del TG1 abbia riproposto il tema dell’immunità parlamentare: in realtà il tema è serio ed è giusto riproporlo ogni volta che si parla di riformare la giustizia nel nostro Paese. Abbiamo più volte detto che è difficile ipotizzare riforme serie e profonde del sistema giustizia se non si interviene sul “vulnus” che da quasi vent’anni le ha di fatto impedite: ossia il perenne conflitto tra magistratura e politica che ci portiamo come eredità dell’abolizione dell’immunità avvenuta nel 1993.

Coloro che continuamente invocano la Costituzione per richiamare i principi di indipendenza e autonomia della magistratura o le prerogative del CSM, paiono dimenticare che i nostri padri costituenti avevano previsto l’art. 68 (quello dell’immunità), proprio perché consapevoli della necessità di garantire con essa l’indipendenza delle due funzioni ed impedire l’impasse che ancora oggi noi stiamo vivendo: occorre ripensare l’istituto e riproporlo con forme più adeguate alla mutazione dei tempi e della nostra democrazia.

 

Chi continuamente grida allo scandalo quando se ne parla, mostra di non volere realmente delle riforme condivise e usa il tema giustizia per fini che nulla hanno a che vedere con il bene comune.

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