Il “ricatto” repubblicano a Obama

Dopo le elezioni del 3 novembre, è sempre più chiaro che i democratici di Obama hanno bisogno di scendere a patti con i repubblicani per portare avanti la propria agenda

12.11.2009 - Lorenzo Albacete
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Qualche giorno fa sembrava che la notizia della settimana sarebbero stati i risultati delle elezioni del 3 novembre e ciò che ne sarebbe emerso circa la popolarità e il consenso politico del presidente Obama a un anno dalla sua elezione.

 

Invece, ora che le elezioni sono avvenute, quasi nessuno ne parla. L’opinione prevalente è che abbiano messo in rilievo una diminuzione nel potere politico del presidente, ma la sua popolarità personale rimane un po’ più alta di quella di altri presidenti. Alla fine della settimana, l’approvazione del progetto di legge sulla riforma sanitaria da parte della Camera dei Rappresentanti ha dimostrato che in realtà il capitale politico di Obama non si è esaurito.

La maggioranza dei commentatori concorda sul fatto che durante le elezioni della scorsa settimana gli elettori non sono stati spinti dalla loro ideologia politica, ma piuttosto dalla rabbia e frustrazione per la situazione economica e dalla volontà di punire il partito al governo. Infatti, molti di coloro che hanno votato non avevano particolari affiliazioni partitiche e, inoltre, la coalizione che aveva sostenuto Obama nella sua campagna non ha partecipato a queste elezioni con la stessa energia e zelo di un anno fa. 

Le due sconfitte più gravi per il Partito Democratico sono state nel New Jersey e in Virginia. Nel New Jersey, il governatore uscente Jon Corzine ha ottenuto solo il 45% dei voti, nonostante Obama avesse visitato tre volte lo stato per sostenere la sua campagna. Il vincitore, il Repubblicano Chris Christie, è un ex procuratore federale e ha promesso di ripulire lo stato dalla diffusa corruzione, che coinvolge anche alleati di Corzine.

In Virginia, il Repubblicano Bob McDonnel ha condotto una campagna molto pragmatica, ottenendo un forte appoggio dagli elettori indipendenti che gli ha consentito di raggiungere il 59% dei voti. Dall’altro lato, nello stato di New York il candidato Repubblicano ha dovuto ritirarsi sotto gli attacchi dei conservatori che lo accusavano di essere troppo progressista. Così, per la prima volta, un Democratico ha vinto contro il candidato conservatore, appoggiato da un personaggio nazionale come Sarah Palin.

Una sfida interessante è stata l’elezione del sindaco di New York City. Il sindaco uscente, l’indipendente Michael Bloomberg, ha sconfitto il candidato Democratico Bill Thompson, ma nonostante abbia speso una fortuna e utilizzato qualche trucco legale per superare le richieste di limitare il numero delle legislature e poter così correre per la terza volta, ha ottenuto solo il 51% dei voti. Al momento, non si vedono possibili risvolti nazionali a seguito di questo risultato, anche perché una larga parte degli aventi diritto al voto non ha partecipato alle elezioni cittadine.

Per riassumere, quanto si può dire su questa tornata di elezioni è che gli elettori indipendenti e conservatori hanno iniettato nuova vita nel Partito Repubblicano, dando così qualche preoccupazione ai Democratici, specialmente nelle zone conservatrici, per la loro rielezione nel 2010. Questo si è visto chiaramente in occasione dell’approvazione del progetto di legge sulla riforma sanitaria alla Camera dei Rappresentanti, dove la dirigenza Democratica è dovuta scendere a compromessi (specialmente circa il diritto all’aborto) per poter vincere, ma perdendo ugualmente il consenso di molti Democratici conservatori e facendo infuriare la base progressista del partito.

 

Tra le elezioni e la vittoria sulla riforma sanitaria, è arrivata la notizia della tragedia di Fort Hood, la base militare nel Texas, che ha scosso a fondo la nazione che ha cominciato a chiedersi veramente cosa stia succedendo in questo Paese. Sebbene alcuni pazzi conservatori abbiano persino cercato di addossare in parte la responsabilità a Obama, la maggior parte degli americani ha lasciato da parte la politica per chiedersi se vi è una ferita più profonda nella società americana. Per quanto ne so, tuttavia, non vi è stata nessuna discussione pubblica a livello nazionale sulle conseguenze del peccato originale. 

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