La bomba atomica degli ambientalisti

Al di là della disputa scientifica, molti rimangono scandalizzati dal fatto che degli scienziati si facciano coinvolgere in conflitti ideologici e politici

10.12.2009 - Lorenzo Albacete
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Scrivo questo articolo nell’anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, nel 1941, che portò all’entrata degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Gli americani non hanno mai dimenticato Pearl Harbour, il “giorno che vivrà nell’infamia”, come lo definì il presidente Franklin Roosevelt.

 

Il suo ricordo ha avuto un impatto diretto o indiretto su tutte le decisioni importanti durante la guerra, compreso il modo in cui fu terminata: la bomba atomica su Hiroshima nella festività della Trasfigurazione di Cristo (6 agosto 1945) e su Nagasaki il giorno dopo.

Questo mi fa ricordare Copenhagen, la commedia che vidi a Broadway circa dieci anni fa, scritta da Michael Frayn sulla discussa visita nel 1941 del fisico Werner Heisenberg al suo mentore e collega Niels Bohr. Bohr viveva a Copenhagen, dove probabilmente collaborava con gli Alleati a sviluppare la bomba atomica (era mezzo ebreo e per lui era quindi anche una questione di sopravvivenza). Heisenberg in Germania stava probabilmente facendo la stessa cosa per i nazisti, se non perché ne condivideva l’ideologia, almeno per patriottismo.

Il contenuto della loro conversazione durante questo incontro è tuttora materia controversa e Frayn, nella versione pubblicata della commedia, offre un buon resoconto delle varie versioni. Dopo la guerra, Heisenberg incontrò ancora Bohr a Copenhagen e lasciò scritto nelle sue memorie: “Entrambi siamo giunti a sentire che sarebbe stato meglio smettere di turbare gli spiriti del passato”.

Nella commedia, Heisenberg e Bohr (insieme a sua moglie Margrethe) sono essi stessi “spiriti del passato”, che entrano insieme nell’eternità per rinnovare continuamente le loro discussioni. I punti in discussione includono i noti disaccordi nel campo della fisica quantistica e le implicazioni filosofiche del famoso “principio di incertezza” o, più precisamente, “principio di indeterminazione”. Ma ne fanno parte anche le conseguenze etiche delle applicazioni militari dei loro esperimenti, specialmente la gara tra tedeschi e americani per costruire l’atomica da usare nella guerra in corso.

Nella commedia non vi è nessun vincitore certo del confronto (prevale davvero l’incertezza), ma almeno risulta chiaro che la scienza di per sé non serve da base per l’etica, dato che anche i grandi scienziati sono soggetti, come tutti gli altri, a pregiudizi ideologici, politici ed economici.

Questo mi porta all’argomento del “Climagate” discusso nei notiziari di questa settimana, dato l’incontro internazionale sul contributo dell’uomo al riscaldamento globale, che si tiene proprio a Copenhagen. Il riscaldamento globale è stato per diverso tempo un argomento forte delle battaglie ideologiche e politiche tra conservatori e progressisti negli Stati Uniti.

Mi ha sempre sorpreso come qualcosa che è fondamentalmente una questione scientifica (il ruolo dell’azione dell’uomo nei cambiamenti climatici) possa diventare così carico di connotati politici. E lo è diventato ancor di più la settimana scorsa, quando un gruppo di hacker informatici è entrato nella posta elettronica di Phil Jones dell’Università dell’East Anglia, dalla quale sembrerebbe emergere il tentativo, da parte dei climatologi, di nascondere dati che porterebbero a indicare una tendenza al raffreddamento globale.

 

Questo ha ovviamente reso ancor più caldo il dibattito politico e ci si chiede come tutto questo potrà influenzare l’incontro di Copenhagen, che vedrà la partecipazione di più di cento capi di Stato, compreso il presidente Obama.

 

Al di là della disputa scientifica, molti rimangono scandalizzati dal fatto che degli scienziati si facciano coinvolgere in simili conflitti ideologici e politici. A costoro suggerisco di leggere il testo di Frayn e di vedere quali sono le conseguenze del considerare la ricerca scientifica una sorgente dell’etica, e cioe Hiroshima e Nagasaki.

 

Per quanto mi riguarda, sto leggendo il Capitolo decimo del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, intitolato “Salvaguardia dell’ambiente”, dove la fede in una creazione buona è la base della nostra responsabilità etica.

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