Stracciamo le parole che inquinano

- Pierluigi Colognesi

L’allarme lanciato da Benedetto XVI riguarda anche il nostro stesso parlare, la nostra quotidiana comunicazione vicendevole

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«Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono».

 

Sono parole pronunciate da Benedetto XVI in occasione della festa dell’Immacolata. Comprensibilmente i responsabili dei media si sono sentiti chiamati in causa e hanno fatto le loro osservazioni. Chi in tono molto pessimistico, come Aldo Grasso sul Corriere: «È vero. Da tutti i media straripa quotidianamente una vampata immonda: il male come osceno lievito dell’ascolto, l’impostura come spettacolo». Chi dichiarandosi d’accordo col Papa, ma vigliaccamente sostenendo di non poter fare altrimenti. Chi dicendo che sì, il problema esiste, ci penseremo su. Tutti, temo, continuando a comportarsi come prima.

Ma l’allarme del Pontefice riguarda anche il nostro stesso parlare, la nostra quotidiana comunicazione vicendevole. È lì che, quando prevalgono il lamento, la recriminazione, il sospetto ombroso e la critica astiosa, avviene «l’inquinamento dello spirito», quello «che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia». È questa cupezza deprimente che descrive molte nostre giornate. E tante delle parole che sentiamo e diciamo non fanno altro che aggravarla. Meglio sarebbe non ascoltare e stare zitti.

Ma noi non possiamo stare in un silenzio vuoto: la coscienza è sempre desta. Occorre, ha detto il Papa, che una parola radicalmente diversa faccia tacere quelle, nostre e altrui, che inquinano e intossicano. L’ha scritto in modo insuperabile Clemente Rebora: «La Parola zittì le chiacchiere mie». Con questo verso folgorante il poeta-sacerdote descrive la sua conversione, avvenuta quando aveva già più di quarant’anni, nella splendida poesia autobiografica Curriculum vitae.

Anche per lui c’era stata l’esperienza dell’inquinamento provocato dalle parole del male: «Uno, a scuola / con turpe parola / mi scivolò in disparte / un’immagine oscena: / all’anima fu una rasoiata orrenda! / anche oggi, se ripenso, e n’ho settanta». Inquinamento aggravato da un sapere che non sazia la fame del cuore, anche se si può utilizzare per convincere una platea: «Quasi maestro agli altri mi porgevo; / ma qualcosa era dentro me severo: / Ferma il mio dire, se non dico il vero».

Ed è il vero che si fa incontro alla vita di Rebora con segni banali, come una piccola cappellina mariana trovata durante una gita in montagna: «Rivolto a un tratto, come se chiamato, / sentii su me lo sguardo di Maria / orante figurata in una nicchia: /un intrico di rami mi costrinse / a farmi piccolino, per vederla: / ogni cosa si tacque, e fu preghiera; / mi ritrovai inginocchiato in pace».

 

Così in pace che il poeta trova il coraggio di buttare tutte le carte su cui aveva scritto e letto parole vane, parole inquinanti: «E venne il giorno, che in divin furore / la verità di Cristo mi costrinse / a giustiziar e libri e scritti e carte: / oh sì che quello fu un gran bel stracciare!». Abbiamo tutti molto da stracciare.

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