Perché tanto odio per l’Italia?

- Paolo Preti

Ci osservano, ci studiano, ci giudicano, ma non ci capiscono. Tutto quello che è diverso da loro a priori è negativo. Parlo degli altri paesi europei

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Foto Imagoeconomica

Ci osservano, ci studiano, ci giudicano, ma non ci capiscono. Tutto quello che è diverso da loro a priori è negativo. Parlo degli altri paesi europei, soprattutto, e di economia, ma il discorso potrebbe estendersi a ben altri argomenti.

 

Non c’è altro modo, certo molto semplificatorio, per spiegarci l’ennesimo scivolone degli analisti di oltre-frontiera. La Grecia fino a pochi anni/mesi fa era citata spesso come paese che in qualche ricerca e per qualche settore dell’economia ci stava superando. Come è realmente andata lo abbiamo visto nei giorni scorsi.

Le manifestazioni di piazza, con i relativi disordini, e la gravissima situazione dei conti economici pubblici e privati obbligano il deciso sostegno politico dell’Europa e quello economico del Fondo monetario internazionale. Qualcuno ha detto, certo esagerando, che conseguentemente quel paese registra una sostanziale diminuzione della propria sovranità nazionale.

E l’Italia? Pochi giorni prima dei preoccupanti fatti di Piazza Duomo, questi sì da analizzare con grande attenzione, era in coda durante il ponte dell’Immacolata per cento chilometri da Bressanone ad Affi sull’autostrada della neve e dei mercatini di Natale. A neanche venti giorni dalle festività, che per tutti significano, sia pure in proporzione delle proprie tasche e dei momenti che viviamo, spese per doni e pranzi, pochi hanno rinunciato, complice la neve appena caduta, alla prima sciata. Sembra di poter dire che le decisioni siano più dettate dal bollettino meteorologico che dal portafoglio.

Prima della Grecia è stata la volta della Spagna, piegata da una tumultuosa crescita guidata dall’edilizia, dell’Inghilterra, superata dalla decisione di arroccarsi sulla sterlina, dell’Islanda, con le sue banche fallite, dell’Irlanda e del suo miracolo verde momentaneamente parcheggiato in corsia di emergenza.

Sia chiaro c’è poco da menar vanto: la situazione è difficile, ma ce la stiamo cavando meglio di altri. Perché è così difficile riconoscerlo? Credo perché chi ci guarda dall’estero lo fa con superiorità, per giudicare più che per capire, in alcuni casi dall’alto della propria storia che tutto tende a uniformare. Non riuscendo quindi a comprendere, critica.

Il confronto deve essere con tutti, perché da tutti possiamo imparare. Non è mai stato tempo, a maggior ragione oggi, di autarchia, ma questo, nell’interesse di una crescita comune, deve valere in entrambe le direzioni: noi dagli altri e viceversa. E allora anche questi ultimi fatti ci indicano, tra tante, una responsabilità, quella della presa di coscienza e della difesa di un modello originale di sviluppo, diverso da altri, non immune ovviamente da difetti e limiti, ma peculiare alla nostra storia e tradizione e pienamente moderno.

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Mi viene allora in mente un’analogia con fatti molto diversi, ma la cui radice forse è la stessa. Come ha raccontato anche questo giornale nell’Inghilterra della difficile, se non fallita a suon di bombe, integrazione musulmana, la testimonianza cristiana può portare a conseguenze penali. Tutto è bene che resti, almeno in pubblico, uniforme e dunque indistinto.

 

Subito dall’Italia qualcuno ha risposto proponendo nella propria scuola la sostituzione del Natale con la “Festa delle luci” per non urtare la suscettibilità degli “altri”. Qui, come in economia, la strada è un’altra: essere sé stessi per contribuire, con la propria identità e in collaborazione con tutti, alla società di domani.

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