OBAMA/ Guerrafondaio o pacifista?

- Lorenzo Albacete

In tutti i notiziari televisivi, la reazione immediata degli “esperti politici” al discorso del presidente Obama al ricevimento del premio Nobel è stata di sorpresa e confusione

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In tutti i notiziari televisivi, la reazione immediata degli “esperti politici” al discorso del presidente Obama al ricevimento del premio Nobel è stata di sorpresa e confusione. Infatti, si erano preparati a discutere qualcosa che non corrispondeva a quanto poi effettivamente detto dal presidente.

 

Commentando il discorso, Martin Peretz di The New Republic (10 dicembre 2009) ha scritto: “Posso immaginare che per i mecenati di Oslo non sia facile riconoscere l’uomo al quale hanno dato il premio nell’uomo che lo ha ritirato”. Anche per gli analisti non sarebbe stato facile mettere d’accordo il Barack Obama che insisteva sul ritiro dei soldati americani dall’Afghanistan (ricevendo così il plauso dei Democratici) con l’uomo che sta mandando in guerra altri 30.000 americani (come volevano i Repubblicani). Ed è su questo che si erano preparati a discutere, ma il discorso di Obama è parso essere su un altro livello, su un piano che li ha messi chiaramente a disagio.

È probabile che questo problema non si sarebbe presentato, se avessero posto maggiore attenzione a un modo di pensare che si era già manifestato in Obama, come invece ha fatto l’editorialista “conservatore” David Brooks su The New York Times nel 2007, durante la campagna presidenziale (26 aprile 2007).

Brooks racconta di come, ex abrupto, chiese a Obama: “Ha mai letto Reinhold Niebuhr?” e dice che Obama cambiò il suo tono di voce nel rispondere: “Mi piace molto, è uno dei miei filosofi preferiti”. Brooks continuò: “Che cosa ha preso da lui?” Obama rispose: “La convinzione che nel mondo vi è molto male e fatica e dolore. E dobbiamo essere umili e sommessi nel credere che possiamo eliminare queste cose. Non dobbiamo però usare questo come una giustificazione per il cinismo e l’inazione. Ciò che mi è rimasto è la percezione che dobbiamo compiere lo sforzo sapendo che sarà difficile, senza oscillare tra un ingenuo idealismo e un triste realismo”.

Confrontiamo queste affermazioni con il discorso di Oslo: “Non dobbiamo fare errori: il male esiste nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe mai fermato le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i leader di Al Qaeda a deporre le armi. Affermare che talvolta la forza è necessaria non è un invito al cinismo, è riconoscere la storia, le imperfezioni dell’uomo e i limiti della ragione”.

È esattamente la preoccupazione espressa da Niebuhr nel suo fondamentale libro del 1932 “Moral Man and Immoral Society”. Dopo il discorso di Obama, solo David Gegen, della CNN, ha riconosciuto che il suo discorso non era in primo luogo politico, ma soprattutto filosofico e che l’influenza di Niebuhr era incontrovertibile. Questo piano filosofico del discorso è risultato chiaro solo a pochi altri commentatori (oltre Peretz, William Galston sempre su The New Republic, e Jon Meacham, direttore di “Newsweek”), ma per questi pochi il discorso fa parte ormai delle notizie passate.

In realtà, Reinhold Niebuhr non era solo un filosofo, ma era soprattutto un teologo che cercava di capire la relazione tra “le imperfezioni dell’uomo e i limiti della ragione”e la fede, in particolare la fede cristiana in Cristo come salvatore (l’argomento è trattato in modo più specifico dal fratello Helmut Richard Niebuhr, nel suo libro “Christ and Culture”. Per un sintetico confronto tra i due, è utile il nuovo libro del Cardinale Francis George “The Difference God Makes”).

 

Il conflitto di Obama in questa materia riflette la separazione tra fede e ragione tipica del protestantesimo. La “origine remota” della questione è, sia per i protestanti che per i cattolici, Sant’Agostino. I protestanti (e i cattolici influenzati dal protestantesimo) interpretano Agostino dualisticamente, accentuando la separazione tra la “Città di Dio” (il regno della fede) e la “Città dell’uomo” (il regno della ragione e dei suoi limiti).

 

Ma, come continua a ripetere Benedetto XVI, fede e ragione non sono opposte: la fede “allarga la ragione.” Il punto di partenza di Sant’Agostino non è il contrasto tra le due città, bensì l’interazione tra Grazia e razionalità. Per Agostino e la tradizione cattolica, la Grazia non è un concetto o un’astrazione per descrivere un potere divino concesso da Cristo all’uomo, ma Cristo stesso, la Sua Persona incarnata, l’uomo morto in croce e risorto.

 

Il nostro compito non è lottare per essere contemporaneamente razionali e pieni di fede, ma è di partecipare alla vita di Cristo ora, attraverso la Chiesa, e sperimentare l’armonia tra la fede e la ragione allargata dall’amore di Dio per noi e dal nostro amore per Lui.

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