L’ “altra Italia” ora si dia da fare

- Paolo Preti

Nelle classifiche internazionali il nostro paese non si è mai distinto per particolari capacità. Anzi. In quelle fresche di stampa, e a cui ha fatto riferimento anche Ronald Spogli nel suo discorso di addio all’Italia dopo parecchi anni in cui vi ha esercitato il ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti, risultiamo al 76° posto nel mondo per libertà economica, fonte Heritage Foundation e Wall Street Journal, al 65° per grado di apertura al business per la Banca Mondiale e al 25° per livello di competitività, però su ventinove posizioni totali, secondo dati Ocse.

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Nelle classifiche internazionali il nostro paese non si è mai distinto per particolari capacità. Anzi. In quelle fresche di stampa, e a cui ha fatto riferimento anche Ronald Spogli nel suo discorso di addio all’Italia dopo parecchi anni in cui vi ha esercitato il ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti, risultiamo al 76° posto nel mondo per libertà economica, fonte Heritage Foundation e Wall Street Journal, al 65° per grado di apertura al business per la Banca Mondiale e al 25° per livello di competitività, però su ventinove posizioni totali, secondo dati Ocse.

Due considerazioni: la prima riguarda le cause di tutte queste difficoltà che vengono quasi sempre identificate in qualcosa che sta fuori dai cancelli delle nostre imprese. “Mancanza di infrastrutture, eccessiva burocrazia, mercato del lavoro ancora troppo rigido, sistema di istruzione che non risponde ai bisogni del XXI secolo” e potremo facilmente allungare l’elenco di tutto ciò che dovrebbe funzionare meglio laddove termina la giurisdizione dei nostri imprenditori, novelli Houdini che devono dedicare moltissime energie per vincere queste difficoltà esterne prima di potersi dedicare alle attività per cui hanno fondato un’impresa. Sembra di poter affermare che molte aziende cessano allora di operare, o vengono poste in gravi difficoltà, più a causa di “fuoco amico”, o almeno ritenuto tale, che per l’azione dei concorrenti sul mercato; ed anche se questo lavoro defatigante permette di sviluppare capacità straordinarie in quegli imprenditori che riescono a superare tale prova, si tratta pur sempre di un inutile spreco di energie.

Non è richiesta conseguentemente un’assenza di regole e di controlli, strumenti utili e necessari per contrastare comportamenti opportunistici presenti ovviamente anche nel mondo dell’impresa, ma un cambio di mentalità, soprattutto in questi momenti così difficili. Il lavoro è per l’uomo contemporaneo una questione vitale collegata alle proprie esigenze più profonde e tuttavia non esiste in natura, va creato. Lavoro e impresa non sono, come troppo spesso si tende a considerare, sinonimi: si tratta rispettivamente di contenuto e contenitore. Non c’è lavoro senza impresa, non c’è impresa senza l’iniziativa dell’imprenditore.

Quando lo Stato ha avocato a sé il compito di creare lavoro ha spesso fallito, ed è ormai riconosciuto da quasi tutti che l’unico spazio legittimo per l’impresa pubblica è quello di garantire interessi strategici per il paese e non giustificabili economicamente per l’iniziativa privata. Il fondatore di imprese allora non è un padrone, ma un “prenditore” di idee dalla società, idee che altri non sono in grado di valorizzare, e, al tempo stesso, un costruttore di occasioni di lavoro: prende e dà, è un imprenditore e un datore di lavoro.

Conseguentemente, uno dei punti fermi della nostra politica industriale dovrebbe essere quello di non ostacolare l’agire imprenditoriale e i valori che gli sono propri, come la competizione e la propensione al rischio; al contrario occorrerebbe operare per creare un ambiente favorevole alla libera iniziativa e per favorire la continuità di quella già operante riducendo, ad esempio, i costi di energia, lavoro, denaro e delle altre risorse necessarie al funzionamento di qualunque impresa. In particolare, si tratterebbe di mettere a punto e proporre strumenti su misura di supporto all’azione delle piccole imprese, riconoscendo contemporaneamente la loro importanza in termini occupazionali e la loro maggior difficoltà ad approvvigionarsi sul mercato dei servizi.

Chi è chiamato ad un cambiamento radicale è soprattutto, dunque, l’altra Italia, quella che sta intorno al mondo delle imprese e che alla fine farà la differenza, nel bene o nel male. Innanzitutto, e con un compito fondamentale, il mondo della formazione, e della cultura in senso lato, deve impegnarsi a riconoscere la centralità dell’impresa e, in essa, del lavoro nella nostra società rimuovendo le residue incrostazioni operaistiche e pauperistiche.

C’è, tuttavia, una seconda e forse ancora più importante considerazione da fare, ma per esigenze di spazio ne rimando la trattazione alla prossima settimana.

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