La scuola di fronte alla crisi

La crisi di rapporto con la realtà storica effettuale, che emerge dall’attuale crisi economica, interpella direttamente non solo i Paesi, ma ciascuna persona nella sua collocazione rispetto alla realtà. I sistemi educativi debbono rispondere a questo interrogativo cruciale

03.02.2009 - Giovanni Cominelli
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Immagine d'archivio

La crisi finanziaria ed economica che il mondo attraversa è ben lungi dall’aver dispiegato tutti i propri effetti in tutti i campi dell’attività umana. Anche la riflessione è ancora in corso. Ma un punto di analisi appare irreversibile: che la crisi ha messo a nudo non solo il carattere perverso di determinati meccanismi finanziari, ma anche una relazione irrealistica con il mondo reale. La realtà aveva cessato di essere un vincolo oggettivo, era divenuta solo una variabile del gioco di onnipotenza degli gnomi finanziari. La crisi ha squarciato il gioco, la torre di babele ha raggiunto le nuvole e di lì è rovinata addosso ai suoi costruttori. Cioè a tutti noi, colpevoli e incolpevoli. Tocca anche le istituzioni educative, anche la scuola? I sistemi educativi sembrano i meno coinvolti, perché fanno parte del settore pubblico. In questa crisi, infatti, è l’enorme indebitamento privato il problema, non quello pubblico, peraltro in Italia già molto alto. Pertanto il sistema pubblico è costretto a enormi investimenti a fondo perduto per sostenere le banche, le imprese e, per ora in piccola parte, le famiglie. Certo le scuole continueranno a funzionare, gli insegnanti a prendere gli stipendi, i ragazzi a salire i gradini degli anni fino ai diplomi e alle lauree. Tutto come prima e come sempre? Non proprio e per più di una ragione. E’ giunto il momento di un profondo esame di coscienza da parte degli insegnanti, dei genitori, dei dirigenti amministrativi, sindacali e politici al cospetto della crisi globale.

Intanto: il sistema educativo nazionale è chiamato a fornire strumenti di comprensione e di trasformazione della realtà storica, economico-sociale e produttiva: non nozioni astratte e giustapposte, ma conoscenze incarnate nella vita; non sapere astratto, ma sapere vivente. A intrecciare teoria e prassi, sapere e vita. L’appello alla serietà e alla severità, che spesso è oggetto di richiamo demagogico, altro non significa se non confrontare le conoscenze acquisite con la storia del mondo, con le professioni, con il lavoro.

Molte scuole e molte università si sono trasformate in diplomifici, in fabbriche di illusioni, all’ombra del valore legale del titolo di studio. Offrono “tutto di nulla”, lampi di conoscenze irrelate, tecniche di comunicazione vuote di realtà. Dalla crisi globale viene un’urgenza oggettiva di riforma dei sistemi, un richiamo agli insegnanti, ai genitori, ai ministeriali, ai sindacalisti e ai politici a costruire strade verso il mondo reale, non bolle burocratiche, destinate a scoppiare in faccia alle giovani generazioni.

In secondo luogo, la crisi di rapporto con la realtà storica effettuale, interpella direttamente non solo i Paesi, ma ciascuna persona nella sua collocazione rispetto alla realtà. 

I sistemi educativi debbono rispondere a questo interrogativo cruciale di ogni ragazzo mettendo a punto standard e meccanismi di certificazione pubblica, che diano ai ragazzi gli strumenti per costruire la coscienza di sé nel rapporto con il mondo. Gli attuali metodi di valutazione non sono più in grado di rispondere a questa esigenza: sono frantumati di classe in classe, di scuola in scuola, di territorio in territorio. Sono divenuti soggettivi, anarchici, inutili. Perciò i nostri ragazzi non riescono a collocarsi nel mondo, abbandonatia percezioni soggettive inverificabili. Ora, la geometrica potenza della crisi globale costringe alla verità su di sé. L’essenza dell’educare istruendo si riduce a questo: a fornire a ciascuno la misura del proprio rapporto con la realtà. Di lì in avanti è faccenda della sua libertà.

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