Quel primo grido di Giovanni Paolo II

- Pierluigi Colognesi

Il 4 marzo di trent’anni fa, Giovanni Paolo II pubblicava la sua prima enciclica, la Redemptor homominis

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Giovanni Paolo II

Il 4 marzo di trent’anni fa, Giovanni Paolo II pubblicava la sua prima enciclica, la Redemptor homominis. Il suo inatteso pontificato, iniziato qualche mese prima, aveva trovato il proprio inconfondibile accento nelle parole della prima omelia: «Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo». A quel grido si aggiungevano ora le prime parole dell’enciclica, rimaste nella memoria di molti: «Il Redentore dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e della storia». È stato, ha detto don Luigi Giussani di fronte allo stesso Giovanni Paolo II durante l’incontro internazionale dei movimenti il 30 maggio 1998, «come bagliore in piene tenebre avvolgenti la terra oscura dell’uomo di oggi, con tutte le sue confuse domande».

Quel testo fece scandalo. Anzitutto perché, fin nel titolo, ricorda una questione scomoda, ma evidente per chi sappia leggere la propria esperienza con leale realismo e senza schemi preconcetti. L’uomo – io, tu, tutti – ha bisogno di un Redentore. L’uomo infatti, scrive il Papa, «è un essere incomprensibile a se stesso». È questa una verità che ogni persona scopre semplicemente osservando le sue giornate, guardando le proprie paure (magari generate, come acutamente osserva Giovanni Paolo II, dalla sua stessa azione), lasciandosi interrogare dalle domande che gli urgono dentro, constatando il misterioso limite che lo contraddistingue. Non lo abbiamo forse sentito tutti, questo limite, leggendo di Eluana e pensando ai tanti momenti di apparente non senso in cui si imbatte la nostra quotidianità?

L’uomo cerca un Redentore e l’unico scopo della Chiesa è quello di annunciare che questo bisogno di redenzione ha trovato una risposta nell’avvenimento storico di Gesù di Nazareth. Egli solo, dice il Papa, conosce cosa c’è veramente nel cuore umano, si fa carico dei suoi dubbi, accetta perfino di portare su di sé i suoi limiti ed errori.

La Chiesa, dunque, ha una sola via: l’uomo. Essa gli è compagna nel suo itinerario storico, avendo da proporgli solo l’unica ricchezza di quella sorprendente notizia: l’intromissione del Mistero nella vicenda storica, Cristo, compagnia di Dio all’uomo. Ma la Chiesa è anche inizio di una esperienza di vita redenta. Essa cioè non solo porta l’annuncio della redenzione, ma inizia a farla sperimentare.

Tutto ciò è stato ed è molto scandaloso. Scandaloso per il razionalismo che non accetta né i propri limiti, né, tantomeno, di avere bisogno di altro da sé, un avvenimento sorprendente, per conoscere la realtà e gustare la vita. Scandaloso per quei cristiani che riducono la loro fede ad un contenuto dottrinale, ad una «parola», oppure pensano che in fondo Cristo sia una delle tante, tutte uguali, opzioni del sentimento religioso. Trent’anni fa lo scandalo fu grande; vi si pose rimedio mettendo il silenziatore all’enciclica. E i rarissimi accenni all’anniversario documentano che la strategia del silenzio prosegue.

Ma per noi poveretti, che non abbiamo da difendere una presunta razionalità chiusa, che non ci perdiamo nelle sofisticherie teologiche, sentirci annunciare la compagnia del Redemptor hominis è un immenso conforto. Che suscita la voglia che lo conoscano e sperimentino tutti.



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