1° ANNO/ Uno spazio di libertà per tutti

IlSussidiario.net compie un anno. Lo diciamo così, senza troppa enfasi: come sia stato questo anno lo lasciamo dire e pensare a voi lettori

18.03.2009 - Antonio Polito
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IlSussidiario.net compie un anno. Lo diciamo così, senza troppa enfasi: come sia stato questo anno  lo lasciamo dire e pensare a voi lettori. Ma in ogni compleanno che si rispetti ci sono anche gli auguri; e gli auguri che qui riportiamo sono importanti, e ci fanno piacere. Primo, perché non sono auguri “inter nos”; secondo, perché arrivano dal direttore del giornale su cui il primo Sussidiario, quello in versione cartacea, è nato. Ci sembra un bel regalo, per noi e per voi lettori.

 

La redazione

 

Cari Amici,

Il Sussidiario on line fa un anno, e io vorrei fargli gli auguri. Non foss’altro perché questa testata è nata sul Rifomista, il giornale che dirigo, il primo maggio (che data!) del 2006. Mi capitò allora di scrivere un editoriale per quel primo numero, quattro pagine che uscivano accoppiate al quotidiano. Ho seguito l’evoluzione di questa bella e importante idea, che ha portato nel dibattito pubblico il tema cruciale della sussidiarietà, fino all’approdo sul web; e poi lo sviluppo e il successo che ha avuto anche in rete.

La qualità migliore del gruppo de Il Sussidiario è la trasversalità. Una cosa che in Italia si predica sempre ma non c’è mai. Non è furbizia, come ritengono i nostalgici della guerra tra ideologie. È modernità. Il motto del Riformista, quando nacque, era: «Non chiederti a chi giova, ma solo se giova al paese». Questo è lo stesso spirito del Sussidiario: se una cosa può essere utile al bene del paese, bisogna mobilitare tutte le energie per ottenerla, non importa da dove provengano e che cosa pensino. Gli amici del Sussidiario qualche volta l’hanno chiamata, questa trasversalità, «bipolarismo dolce». Mi piace.

La seconda qualità del Sussidiario è quella di enfatizzare un’altra idea moderna: tutto ciò che può fare l’individuo o la comunità, è meglio che non lo faccia lo Stato. Più volte ho tentato di spiegare perché questa sia non solo una massima di libertà e di autonomia delle persone, ma rappresenti anche un interesse della collettività. Pensiamo davvero che, oggi e più che mai in futuro, lo Stato possa fare tutto quello che serve a una società moderna, in termini di servizi e di welfare per esempio? O che ci possa riuscire in tempi come questi, di grave crisi economica e di dura ristrettezza dei bilanci pubblici?

Io penso che far pagare meno tasse a chi dona, meno tasse a chi svolge funzioni utili alla coesione sociale, meno tasse alle famiglie che producono educazione per i loro figli, meno tasse ai genitori che non gravano sul sistema statale di istruzione, meno tasse a chi innova, meno tasse a chi intraprende, è paradossalmente il miglior modo di ridurre la spesa pubblica e di dirottare risorse verso la crescita.

Un  punto è fondamentale: far comprendere che non tutto ciò che è pubblico deve per forza essere statale. Se ne gioverebbe la nostra libertà di persone, ma anche l’efficienza del sistema economico, che oggi ha bisogno di qualche imprenditore di se stesso in più e di qualche stock option in meno.

Antonio Polito

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