PASQUA/ La “follia” della Resurrezione

- Massimo Camisasca

E’ questa la “folle” pretesa di quell’uomo: essere risorto vuol dire essere contemporaneo ad ogni momento della storia futura, ad ogni attimo di ogni uomo

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La resurrezione dell'Angelico

Ho ritrovato gli appunti che avevo scritto durante le meditazioni che don Giussani tenne a Varigotti nella settimana santa del 1964. Li ho riletti in questi giorni, li ho rivissuti, e ho pensato di offrirli a voi come traccia per introdurci negli eventi di questa settimana santa. La morte e la resurrezione di Gesù non ci allontanano da ciò che accade nel mondo e nella nostra casa, nella nostra vita personale. Tutto è intimamente collegato. Ciò che accade a Gesù è la radice, l’origine e la fine, la chiave segreta per entrare in ciò che accade a noi. Allora, la cosa più importante è uscire dalla distrazione e dalla paura che ci chiudono in noi stessi o ci alienano nelle cose da fare.

Per questo sono andato a rileggermi quegli appunti. Per questo, molti tra noi hanno partecipato alle via crucis in tante città nel mondo. Hanno cercato attraverso le parole del vangelo, attraverso la musica, attraverso i segni scritti o parlati di testimoni, di essere portati dentro questi avvenimenti che non sono avvenimenti del passato.

A lungo preparati dalla storia bimillenaria del popolo di Israele, e prima ancora dalla volontà stessa di Dio che per questo ha creato l’uomo e il mondo, la passione, morte, e resurrezione di Gesù sono accadute in un preciso momento della storia, ben documentato da scritti e testimonianze. Ma nello stesso tempo, a differenza degli altri avvenimenti storici, irrimediabilmente chiusi nel tempo in cui sono accaduti, al di là della risonanza che possono avere per secoli nel cuore degli uomini, i giorni della Pasqua di Gesù sono a noi contemporanei. E’ questa la “folle” pretesa di quell’uomo. Essere risorto vuol dire essere contemporaneo ad ogni momento della storia futura, ad ogni attimo di ogni uomo. Non semplicemente come un qualunque altro contemporaneo, ma come uno che è alla radice di ogni nostra azione e che attrae il nostro sguardo e il nostro cuore per rivelarci il senso e il peso di tutto ciò che avviene.

In quelle lontanissime meditazioni del 1964, Giussani, a noi ragazzi di quattordici – quindici anni, parlò della Trinità. All’origine di tutto c’è la comunione. Questa comunione, che è Dio, ha voluto uscire da sé, ha voluto noi, e poi non ci ha lasciato soli. Ha voluto comunicarsi a noi, si è reso commensale con noi.

Le parole di don Giussani erano illuminate da una grande riproduzione della Trinità di Andrei Rublev. Era la prima volta che la vedevo. Tre angeli, prefigurazione della stessa Trinità, vanno a visitare Abramo nella sua tenda. Sono da lui accolti, e finiscono per mangiare assieme ciò che Abramo prepara per quei ospiti inattesi e straordinari.

E’ una immagine stupenda di ciò che è la risurrezione: l’inizio della comunione definitiva fra gli uomini e Dio, fra gli uomini, il creato, e il creatore. Anche i sassi sulla riva del mare (eravamo a Varigotti, sulla riviera ligure), anche le foglie che spuntavano in quell’inizio di primavera sui cespugli delle colline erano tirati dentro da don Giussani in quella comunione cosmica. Così imparavamo che tutto ha una sorgente, un’origine: il Padre. Da lui tutto dipende, da lui discende il mondo. Egli è colui che ci genera anche adesso, in questo istante, come ha generato per sempre il Figlio durante l’alba della resurrezione, e noi siamo partecipi di quella rinascita che non finirà più. “Noi siamo un eco gratuito e libero di quella generazione, di quel Figlio”.

Don Giussani ci parlava, e continuerà a parlarci dopo, di quel dialogo infinito e continuo fra Dio e l’uomo che è la vita. Dialogo non facile, addirittura talvolta terribile, perché porta dentro la nostra vita una misura nuova che può sconvolgere ogni nostro piano, ogni nostra sicurezza, e che rimane infine irriducibile a noi. Giussani allora ricordò Giacobbe, che dovette combattere con Dio, apparso anche a lui sotto forma di un angelo. In questi giorni di lutto per tutto il nostro paese, segnato dal terremoto, siamo costretti a tenere aperta questa strada, la strada della croce, della sofferenza, della conversione. La strada di Maria, che più di ogni altro ha vissuto dentro di sé lo strappo terribile del Figlio innocente condannato e ucciso, torturato, svillaneggiato. Proprio per questa sua obbedienza ha potuto vedere l’alba della risurrezione.

“Avvenga di me quello che tu vuoi, sono disponibile a quello che tu vuoi”. Noi sappiamo che Dio vuole il nostro bene, anche se le strade della sua realizzazione sono talvolta molto ardue, e addirittura dolorose.



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