Perché serve il “positivo”

- Paolo Preti

La positività parla al cuore, spesso indurito, delle persone e interpella la loro residua volontà di ridestarsi e di agire, chiama ad una risposta perché mostra un percorso

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«Il pregiudizio è l’inizio dell’ideologia» (Nietzsche). Questa affermazione mi pare indicare la risposta a una domanda che dall’inizio della crisi, e prima ancora nell’epoca del paventato declino economico del nostro paese, mi vado facendo: come mai molti commentatori e analisti nella lettura degli avvenimenti sposano naturalmente l’ipotesi negativa, e più è negativa e meglio è?

 

Per dirla in maniera più prosaica e prendendo a prestito un esempio di particolare evidenza, come mai Santoro, Travaglio e Vauro (in rigido ordine alfabetico) qualunque sia il momento in cui vanno in onda e qualunque sia il tema a cui la puntata è dedicata costruiscono il loro lavoro sulla negatività. Si dirà: è il giornalismo di inchiesta che deve scomodare il potere e mettersi dalla parte degli usurpati, è la satira che non deve guardare in faccia a nessuno.

Ma evidentemente non è solo e soprattutto così. C’è dell’altro e più profondo. C’è il sogno, l’utopia di un futuro mondo migliore, senza ingiustizia e potere. C’è l’idea dell’uomo nuovo incapace di compiere il male e per la cui “costruzione” ogni regime forte si è sempre speso. Tutto ciò che nella realtà non corrisponde a questo disegno, e cioè il limite umano, è il negativo da stanare, esporre e condannare. E

È chiaro che così interpretando, da Robespierre a oggi, il lavoro, con il progredire della democrazia e con la libertà di sempre più vasti strati di popolazione, non può che aumentare. Ma è sempre lo stesso lavoro: decapitare ogni esperienza umana imperfetta, cioè tutte. E poiché è evidente che il possibile spazio di costruzione tende a zero, perché questa è la condizione umana, ecco che resta solo, in puro ordine alfabetico, il cinismo, la prosopopea e il sarcasmo.

Al contrario, partire dal positivo esistente in qualunque situazione, esaltandone gli esempi e sottolineandone il metodo, non annulla la condanna dei comportamenti opportunistici, alcuni veramente criminali, e inoltre traccia una strada e responsabilizza chiunque a seguirla. L’interlocutore della negatività è l’individuo, concepito da solo nei confronti del potere e dunque bisognoso di sostegno da parte dell’intellettuale di passaggio: in realtà contro qualcosa o qualcuno non si è mai costruito nulla perché la protesta è un fuoco di paglia che presto si spegne.

La positività parla invece al cuore, spesso indurito, delle persone e interpella la loro residua volontà di ridestarsi e di agire, chiama ad una risposta perché mostra un percorso.

Cosa c’entra tutto questo con l’economia? Ne riparliamo settimana prossima.

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