FEDERALISMO/ La sfida è aperta

- Luca Antonini

Da oggi è legge una delle riforme più contestate e attese degli ultimi anni: il federalismo. Ecco cosa cambia con questa riforma, perchè esalta il protagonismo della società civile, da nord a sud, senza perdere di vista la solidarietà

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La riforma del federalismo fiscale è ora legge dello Stato italiano. E’ una grande vittoria del principio di responsabilità, sia per il metodo sia per i contenuti. Per il metodo perché si tratta della prima riforma bipartisan della Seconda Repubblica; per i contenuti perché è la riforma radicale di un sistema da troppi decenni gravemente inquinato da principi iniqui e deresponsabilizzanti, come quello del finanziamento in base alla spesa storica. Inoltre, in questa legge il principio di sussidiarietà orizzontale è fortemente valorizzato: all’art.2 si prevede espressamente tra i principi generali di coordinamento, la “definizione di una disciplina dei tributi regionali e locali in modo da consentire anche una più piena valorizzazione della sussidiarietà orizzontale”.

Peraltro, si afferma anche un forte favor familiae. Lo stesso articolo 2 dispone, infatti: “individuazione di strumenti idonei a favorire la piena attuazione degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, con riguardo ai diritti e alla formazione della famiglia e all’adempimento dei relativi compiti”. E’ un salto di qualità notevole per il nostro sistema. Il finanziamento in base alla spesa storica è stato il male che da sempre ha afflitto il sistema della finanza regionale e locale: dai decreti Stammati degli anni Settanta si è finanziato il comparto regionale e locale in base di quanto si era speso in passato e così si sono sistematicamente premiate le gestioni inefficienti e punite quelle virtuose. Molti dei problemi attuali nascono da questo perverso criterio della spesa storica. Fino al suo radicale superamento, qualsiasi soluzione vorrebbe dire mettere una pezza nuova su un vestito vecchio. Non è questione di “pezze”, occorre cambiare il “vestito”.

A questo provvede la riforma attraverso l’introduzione del costo standard (che finanzia il servizio ma non l’inefficienza). La sostituzione del criterio della spesa storica quello del costo standard determinerà un effetto virtuoso, perché l’inefficienza non verrà più finanziata. O meglio: se una Regione volesse continuare a superare il costo standard, consentendo com’è avvenuto in passato che una scatola di cerotti in certe Usl venga a costare anche cento di volte di più che in altre (si veda l’intervista al Presidente della Regione Calabria su IlSole24Ore del 14 aprile 2009 che conferma vicende di questo tipo), quell’amministrazione regionale non potrà chiedere allo Stato di pagare a piè di lista quella spesa. Dovrà invece aumentare le proprie imposte sui propri cittadini. Che chiederanno il conto e giudicheranno con il voto.

Da questo punto di vista è importante precisare con forza che è del tutto improprio il discorso sui presunti “costi” del federalismo fiscale: quest’ultimo, per i meccanismi di responsabilizzazione che attiva, è un processo in se stesso virtuoso, come in se stesso virtuoso è il passaggio dalla spesa storica al costo standard. La nuova legge dispone poi la soppressione dei trasferimenti statali (fatta eccezione per quelli perequativi) alle Regioni e agli Enti locali. E’ la fine della cd. finanza derivata ed è la fine del criterio del ripiano a piè di lista che ha portato il governo Prodi a stanziare nella sua ultima finanziaria 12 miliardi di euro per 5 regioni in extradeficit sanitario o che durante questa legislatura ha portato a destinare 140 milioni di euro a favore del comune dissestato di Catania.

Gli attuali trasferimenti ordinari, che oggi gravano sul bilancio dello Stato per oltre venti miliardi di euro all’anno, verranno sostituiti da risorse fiscali autonome: in altre parole aumenterà la pressione fiscale regionale e locale, mentre diminuirà in misura corrispondente quella statale (lo Stato non avrà più i costi derivanti da quei trasferimenti). Una parte di quello che un contribuente pagava allo Stato, lo pagherà alle Regioni e agli Enti locali, si realizzerà la cd. “tracciabilità” dei tributi perché finalmente si saprà per quali spese sono chieste le imposte e si potranno quindi giudicare con il voto le varie amministrazioni. Attraverso questo processo la pressione fiscale complessiva è destinata a diminuire. Autonomia e responsabilità sono dunque virtuosamente coniugate, valorizzando la possibilità di razionalizzazione della spesa e il controllo democratico degli elettori regionali. Peraltro, gli amministratori regionali e locali potranno finalmente utilizzare la leva fiscale per politiche dirette ad attuare in modo organico il principio di sussidiarietà. Attraverso detrazioni, deduzioni e agevolazioni potranno sviluppare politiche mirate a valorizzare le specificità produttive e sociali presenti sui territori.

Oggi questa possibilità è quasi preclusa, per cui con la riforma il guadagno per l’autonomia regionale e locale è davvero notevole. E’ una nuova stagione che si apre permettendo nuove e moderne attuazioni del principio di sussidiarietà; una nuova stagione sulla quale saranno chiamati a misurarsi anche i nuovi eletti dalle prossime elezioni amministrative. Ora gli strumenti ci sono: la sfida è aperta.

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