Il G8 del Papa

- Luca Pesenti

Per arrestare la crisi non servono le politiche calate dall’alto, e non basta nemmeno lasciar andare il mercato a briglia sciolta. Al contrario, serve un investimento deciso sulla “risorsa umana”

BenedettoXVI_ManoR375_13mar09

Papa Benedetto XVI ha scritto a Silvio Berlusconi, presidente del vertice del G8 in qualità di leader del Paese ospitante, perché attraverso di lui il messaggio giunga ai grandi della terra, riuniti da mercoledì a L’Aquila per un summit che ha già assunto un rilievo simbolico straordinario. È il G8 che deve provare a dare risposte alla grande crisi, vincendo la debolezza cronica della politica nei confronti di un mercato ammalato ma che pretende in modo presuntuoso di bastare a se stesso.

La lettera, particolarmente accorata e drammatica, come già accaduto in passato prova a dare un contributo per l’agenda delle priorità. Le priorità del bene comune, di tutti e di ciascuno.

Scrive il Papa che le “sfide della crisi economico-finanziaria in corso” ma anche “i dati preoccupanti del fenomeno dei cambiamenti climatici” rendono necessario e urgente “un saggio discernimento e nuove progettualità per convertire il modello di sviluppo”, rendendolo capace “di promuovere, in maniera efficace, uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori della solidarietà umana e della carità nella verità”.

Verrebbe da pensare a un testo fortemente critico nei confronti del modello di sviluppo occidentale.  Ma la chiave del suo ragionamento non è certamente di stampo anticapitalista né segnata da un’avversione ideologica al mercato. Meno che mai si espone ai rischi della pericolosa deriva (annusata con soddisfazione anche da una parte del mondo cattolico) verso l’utopia della decrescita. Su questo punto, a scanso di ogni equivoco, il Papa rimanda esplicitamente alla sua prima Enciclica sociale (la Caritas in veritate), la cui presentazione ufficiale avverrà proprio (e forse non casualmente) oggi, alla vigilia del vertice abruzzese.

Leggendo le anticipazioni ormai in circolo da qualche giorno, emerge in essa una visione armonica della realtà economica, in cui al centro non ci sono le regole (sempre più difficilmente garantite dagli Stati o dalle organizzazioni internazionali) o i meccanismi astratti (la mitica “mano invisibile” di un mercato presunto autosufficiente), ma l’uomo con le sue esigenze costitutive, i suoi desideri di bene, di felicità, di giustizia. Il mercato, scrive Benedetto XVI nella sua terza Enciclica, “è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone […] per soddisfare i loro bisogni e desideri”. Ma per sua natura (perché così è la natura dell’uomo e di tutto ciò che costruisce) “non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle”. Il mercato insomma ha bisogno di essere immerso in una realtà sociale più ampia, che lo rifornisca di fiducia, gratuità, giustizia. Altrimenti, sono guai.

Analizzata attraverso queste pagine di adamantina ragionevolezza, la lettera ai grandi della terra assume allora un significato ancora più stringente. Per arrestare la crisi, per provare a vincere la povertà e la miseria, non servono i grandi progetti astratti, le politiche calate dall’alto, il paternalismo dello Stato assistenziale. E non basta nemmeno lasciar andare il mercato a briglia ancora più sciolta. Al contrario, serve un investimento deciso sulla “risorsa umana”, principale soluzione alla crisi che ci investe. E come si fa a investire sulle persone, sul capitale umano? Passando attraverso l’educazione, la sussidiarietà e il lavoro.

Una proposta essenziale, quella del Papa, in cui gli Stati e le organizzazioni internazionali sono chiamati a sostenere, non a sostituire, gli sforzi profusi innanzitutto dalla Chiesa e dalle altre confessioni religiose, direttamente o attraverso le rete delle organizzazioni non governative presenti in ogni angolo del globo.

Questa è la vera sfida che la politica è chiamata a raccogliere. Al di là di un’antistorica distinzione tra un mercato irrimediabilmente perverso e uno Stato naturalmente portatore esclusivo di un principio di giustizia, e oltre ogni pretesa (o speranza) di una governance globale che sembra sempre più assomigliare ad una chimera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti