Il superenalotto di Camozzi

- Paolo Preti

La Innse e Attilio Camozzi: l’esempio di una cultura in cui capitale e lavoro, pur chiaramente distinti per interessi e visioni, non sono in conflitto ma sanno trovare ampi spazi di bene comune

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«Ci salverà un milione di imprenditori» – ha detto Giuseppe De Rita in un’intervista al Corriere il giorno di Ferragosto. Concordo: è sempre stato così, sempre sarà così. La storia di uno di loroè stata sulle pagine di tutti i giornali durante questa settimana ferragostana. Attilio Camozzi rileva la Innse e con un colpo solo salva un marchio storico, qualche decina di posti di lavoro e un’azienda senza fare beneficenza, ma anzi gli interessi della propria impresa, un gruppo di oltre 300 milioni di fatturato con dodici aziende attive nella produzione di macchine utensili e tessili e nell’energia. «Noi qui vogliamo fare industria. Economie di scala. È così che competiamo in giro per il mondo», «le aziende prosperano quando la famiglia è unita» (sono ben undici i Camozzi impegnati in azienda, con il figlio Lorenzo amministratore delegato e lui presidente), «Un giorno Maurizio Zipponi mi ha detto: Attilio, qui c’è una cosa da concludere. Ci ho pensato. Ho deciso. E ora eccomi qua».

A ben guardare siamo alle solite: media impresa, non piccola ma nemmeno grandissima, manifatturiera, di proprietà familiare e a chiara matrice imprenditoriale. I risultati dell’iniziativa dovranno essere verificati nel tempo, ma le caratteristiche della nostra impronta industriale ci sono tutte e sono lì a confermare, anche in questo singolo fortunato frangente, quello che siamo in grado di fare e ciò di cui non ci dobbiamo mai dimenticare. A questo proposito una parola va detta anche a proposito di Silvano Genta, la persona che aveva cercato di risolvere la vicenda nei mesi precedenti. Non lo conosco, non so la sua storia, ma l’impressione è che non si tratti di un imprenditore, piuttosto di un uomo d’affari, di un commerciante di macchinari che legittimamente abbia fiutato uno spazio di azione. Che respiro diverso rispetto a quello dell’imprenditore!

C’è tuttavia qualcosa in più, di specifico, che questo caso consegna alla riflessione di tutti ed è la storia personale di quest’uomo: certo, come molti altri imprenditori ha imparato il mestiere da lavoratore dipendente operando fino a 29 anni come tornitore, ma, in più, è stato anche sindacalista della Fiom, la granitica componente metalmeccanica della Cgil. Oggi è Cavaliere del lavoro e quella esperienza giovanile gli è sicuramente servita, oltre che a temprarne ulteriormente il carattere, a orientare la propria attività imprenditoriale («Basta saper dialogare. Credo che la capacità di cooperare – ha detto Camozzi – vada a vantaggio di tutti. In fasi di crisi, poi, condividere gli obiettivi diventa indispensabile. Incontrerò al più presto i cinque che erano sulla gru»).

Se aggiungiamo che quel Maurizio Zipponi, che ha fatto da tramite per favorire l’accordo, di quella Fiom è stato il segretario generale di Milano, da questa vicenda emergono tracce di un mondo, di una cultura in cui capitale e lavoro, pur chiaramente distinti per interessi e visioni, non sono in conflitto strutturale tra di loro, ma sanno naturalmente trovare ampi spazi di bene comune. Che i cinque del carro ponte, i loro colleghi ed Attilio Camozzi abbiano d’ora in poi, nella diversità delle responsabilità, un obiettivo comune è evidente a tutti. La contrattazione integrativa aziendale, di cui tanto si parla, va nella stessa direzione e permetterà di tentare di concretizzare anche la differenziazione remunerativa territoriale.

Sono, queste, esperienze simili a quelle che un milione di imprenditori ha vissuto, nel silenzio della propria quotidianità, da sempre e che, anche per questo, hanno tenuto in piedi il nostro paese.



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