La vera storia di Miguel Mañara

- Pierluigi Colognesi

Chi era veramente quest’uomo celebrato dalla letteratura e dalla musica, che la Chiesa cattolica annovera tra i “venerabili”

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Il protagonista della serata teatrale d’apertura del trentesimo Meeting di Rimini sarà Miguel Mañara. Domenica prossima vedremo, infatti, una nuova messa in scena del dramma di Oscar Milosz, incentrato sulle vicende del giovane rubacuori sivigliano, prima stanco delle sue stesse avventure amorose, poi sorpreso dal candore di un amore vero e sposo, infine umile monaco che diventa santo e muore nel silenzio. È quel Mañara che ha dato origine alla lunga serie dei don Giovanni di cui è zeppa la letteratura, da Tirso de Molina a Molière a Puškin, e la musica (basti pensare a Mozart).

 

Ma nello scrivere la sua più famosa opera teatrale, che è del 1913, Milosz non aveva in mente un’ennesima edizione del mito già visitato da tanti altri prima di lui (e che lui stesso aveva trattato in un precedente dramma). Milosz infatti resta fedele al dato storico, così come lo aveva letto e studiato nella biografia su Mañara scritta dal de Latour nel 1857. Chi era, dunque, questo Mañara, che la Chiesa cattolica annovera tra i “venerabili”?

Don Miguel Mañara Vicentelo de Leca nasce a Siviglia il 3 marzo 1627. La sua giovinezza è quella tipica dei giovani rampolli della nobiltà del siglo de oro: baldoria, amorazzi, duelli per difendere l’onore. Intorno ai vent’anni la conversione. Il suo primo biografo, Cárdenas, racconta che, mentre si dirigeva di notte a un appuntamento galante, Mañara fu colpito al capo, cadde per terra e sentì una voce che chiedeva una bara per lui, considerato ormai morto. In preda al terrore, Mañara tornò a casa e venne poi a sapere che all’appuntamento galante sarebbe stato accolto da sicari decisi a ucciderlo.

È la svolta. Miguel ventunenne sposa una brava ragazza della città, Jerónima Carrillo da Mendoza (la Girolama di Milosz). Che però muore poco dopo. Miguel entra allora nella Confraternita della Carità, che si occupa dell’assistenza materiale e spirituale ai poveri di Siviglia. Nel 1662 ne diventa il presidente, dandole nuovo impulso e ingrandendone il raggio di azione. Tale è il fascino della sua vita, che gran parte della nobiltà di Siviglia entra a far parte della Confraternita, attorno alla cui sede viene costruito un ospizio per i poveri, un ospedale per i malati che nessun’altra struttura accoglie e fondato un sodalizio di persone impegnate nell’assistenza ai condannati a morte. Mañara si prodiga anche per la conversione dei musulmani che si trovavano in città.

Muore il 9 maggio 1679, circondato dall’ammirazione di tutti e da una solida fama di santità. Di sé, lui aveva ben altra idea, tanto da scrivere nel suo testamento: «Io, don Miguel Mañara, cenere e polvere, miserabile peccatore, per la maggior parte della mia vita ho offeso l’altissima maestà di Dio mio Padre, di cui confesso di essere creatura e schiavo. Ho servito Babilonia e il Diavolo suo principe con mille abomini, orgoglio, adulteri, bestemmie, scandali, brigantaggio. I miei peccati e le mie infamie sono senza numero e solo la grande saggezza di Dio li può nominare, la sua pazienza infinita sopportarli e la sua infinita misericordia perdonarli. Sul mio sepolcro si metta una pietra con questo epitaffio: Qui giacciono i resti del peggior uomo che ci fu al mondo. Pregate per lui».

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