C’è la crisi e Fantozzi va in ferie

- Paolo Preti

La vita, quella concreta di tutti i giorni, ci ricorda che le nostre abitudini, quelle dell’italiano medio, non vengono per fortuna cambiate dalla crisi

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Immagine d'archivio

Tra le cose più simpatiche della settimana segnalo l’esercizio fatto da Enrico D’Elia, economista dell’Isae, e da Massimo Mucchetti, riportato in un articolo di quest’ultimo sul Corsera di domenica scorsa.

 

I due affermano, e in parte dimostrano, che mentre secondo i «dati Ocse la crescita media annua del Prodotto interno lordo nel periodo 1995-2009 è stata del 2,9% negli Usa, del 2,8% nel Regno Unito, del 2,1% in Francia, dell’1,5% in Germania e dell’1,4% in Italia», al netto delle variazioni del debito pubblico, che altrove cresce molto più rapidamente che da noi, e della spinta dell’incremento demografico, quasi sempre da immigrazione e che negli altri paesi ha un tasso più elevato del nostro, i dati di crescita media del Pil sarebbero i seguenti: Italia + 1,07%, Usa +0,63%, Regno Unito +0,7%, Francia e Germania ferme.

Come dire che non siamo messi poi così male. Tuttavia, e giustamente, Mucchetti conclude: «Paradossi statistici. La vita è un’altra cosa». Ma è proprio la vita, quella concreta di tutti i giorni, a ricordarci che le nostre abitudini, quelle dell’italiano medio, non vengono per fortuna cambiate dalla crisi: al primo weekend estivo da bollino nero milioni di persone hanno intasato non l’Autostrada del Sole per il classico rientro al sud, ma il passante di Mestre per l’invasione di Croazia e Slovenia. Non ci vuole molta immaginazione per prendere atto che effettivamente le cose potrebbero andare assai peggio.

Ma, a proposito, vi ricordate la domanda che la Regina Elisabetta pose qualche mese fa agli economisti della London School of Economics: «Come mai non avete saputo prevedere la recessione e la sua gravità?». Ebbene, è finalmente arrivata la risposta: «L’incapacità fu principalmente dovuta alla mancanza di immaginazione collettiva di molte persone intelligenti che non colsero i cedimenti dell’intero sistema». Come dire: poca osservazione e molto ragionamento conducono l’uomo all’errore.

E, per chissà quale nesso logico, voglio collegare questa notizia all’altra che nell’annunciare, purtroppo, secondo dati di Unioncamere, l’aumento della disoccupazione nel 2009 di 213 mila unità riporta l’elenco delle dieci figure professionali più richieste. Tra esse molti sono artigiani: pavimentatori, tornitori, parrucchieri, sarti. In sintesi, studiate gente che è sempre meglio, ma intanto imparate un mestiere.

Nel frattempo gli imprenditori lavorano e la loro principale associazione litiga. Alberto Bauli, 69 anni, riporta in Italia, acquistandole da Nestlè, le aziende Motta e Alemagna, 190 dipendenti e, unite, un fatturato pari ad un quarto di quello di Bauli. L’idea interessante è che, diversamente da quel che fece la Fiat di Romiti che diversificò le attività oltre ogni bene tranne poi uniformare i prodotti di tre marchi storici come Alfa Romeo, Lancia e Fiat stessa, qui il progetto è quello di specializzare Alemagna nell’alta pasticceria e Motta nella grande distribuzione. E a proposito di famiglie imprenditoriali è bene ricordare che due nipoti del fondatore di Alemagna sono da poco ripartiti con una loro iniziativa nel campo del cioccolato: buon sangue non mente. In bocca al lupo.

Lo stesso augurio va al neo-presidente di Confindustria Venezia che, dopo mesi di litigi, deferimenti ai provibiri interni, lettere sui giornali, cambio di candidature, è finalmente stato eletto. Per motivi analoghi qualcuno se ne è andato da Assolombarda sbattendo la porta. Il tema è sempre lo stesso: grandi verso piccoli, manager verso imprenditori, pubblici verso privati, terziario verso manifatturiero. Deve esserci spazio per tutti e a vincere deve essere l’impresa: ma le caratteristiche e le problematiche di quattro milioni di aziende sono diverse da quelle dei mille soliti noti.

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