OCSE/ Schiaffo al governo

- Giovanni Cominelli

Dal Rapporto annuale dell’Ocse “Education at a Glance 2009″ emergono dati poco confortanti per l’Italia: il nostro paese è agli ultimi posti come preparazione scientifica, popolazione che ha raggiunto la scuola secondaria e terziaria

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La pubblicazione del Rapporto annuale da parte dell’Ocse “Education at a Glance 2009. Uno sguardo sull’educazione 2009” è avvenuta solo ieri mattina.
Pertanto in questa sede non è ancora possibile una riflessione complessiva. Si possono solo indicare alcuni passaggi per invitare ad uno studio più approfondito di un testo pieno di dati, comparazioni e qualche suggerimento. È utile ricordare ai nostri lettori che l’Ocse è un’organizzazione intergovernativa di Paesi democratici, cui partecipano Australia, Austria, Belgio, Canada, Repubblica ceca, Repubblica slovacca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Italia, Corea, Giappone, Lussemburgo, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Stati uniti, Svezia, Svizzera, Turchia. Dall’elenco mancano alcuni giganti geopolitici: Cina, India, Brasile, Nigeria. Anche l’Unione europea ha pubblicato il 26 agosto scorso la settima edizione di “Key Data in Education in Europe, 2009”. Si tratta della raccolta di indicatori dell’Unione europea. Tuttavia la lodevole intenzione di costituire uno sguardo europeo sull’educazione europea, differenziato rispetto a quello dell’Ocse, finora appare poco realizzata, giacché continua ad avvalersi di 30 indicatori tratti, alla fine, dalle indagini dell’Ocse-Pisa o dai dati Pirls 2006. È l’effetto dell’assenza della Pec, una politica comune europea sull’educazione.
I temi di indagine e comparazione statistica del Rapporto Ocse sono: i livelli di educazione e i numeri degli studenti; i benefici economici dell’educazione sia per i singoli sia per le società; i costi dell’educazione sia privati sia pubblici; l’ambiente scolastico – dove in realtà si tratta delle condizioni di lavoro e di stipendio degli insegnanti e la loro distribuzione in genere maschile o femminile. E infine Talis – Teaching and Learning International Survey -, un filone nuovo di ricerca che offre una prospettiva comparata sul piano internazionale delle condizioni di insegnamento e di apprendimento.
Qui ci limitiamo a qualche assaggio, fatto secondo un criterio di attualità polemica delle tematiche nella situazione italiana, che non sempre coincide con il criterio di importanza oggettiva. Colpiscono, anche se non sono una novità, i dati relativi alla popolazione che ha raggiunto la scuola secondaria superiore, relativi ai 25-34 anni e ai 55-64 anni. Il nostro paese si piazza al 25° posto su 30, prima di Spagna, Portogallo, Messico e Turchia. Corea, Repubblica ceca, Slovacchia, Polonia sono i primi. Per l’educazione terziaria passiamo al 27° posto, prima di Slovacchia, Repubblica ceca e Turchia. Siamo al 26° posto per i top performers in Scienze. Ma lo si sapeva dall’ultima indagine Pisa, quella del 2006.
Interessanti i dati sulla spesa per studente. La media Ocse spende 8.857 dollari Usa all’anno per studente (dalla scuola primaria all’Università), così scomposta: 6.517 dollari per lo studente della primaria; 7.966 dollari per lo studente della secondaria; 15.791 dollari per lo studente universitario. L’Italia è di poco sotto la media: sta sopra gli 8.000 dollari. Ma, sempre scomponendo, sta di parecchio sopra la media nel livello primario, sopra di poco nell’educazione secondaria, sotto di parecchio per l’istruzione universitaria, che nei Paesi Ocse raggiunge la media dei 12.000 dollari, in Italia è appena sopra gli 8.000. Gli studenti universitari in Italia costano come quelli delle superiori e come quelli della scuola di base. Quanto alla percentuale di spesa pubblica dedicata all’educazione, la media Ocse sta sopra il 13%, quella italiana sotto il 10%. Significative le cifre che danno il primato all’Italia quanto alle ore passate in classe dagli studenti, mentre la Finlandia è ultima. Solo che i dati Ocse-Pisa ribaltano la graduatoria quando passano ai risultati di questa presenza in classe: i ragazzi finlandesi ci stanno meno di tutti gli altri, ma risultano i più preparati; gli italiani sono i primi per numero di ore, ma sono a livelli molto bassi.
Tutto ciò chiama in causa il numero, lo stipendio e la condizione degli insegnanti. Apposite tabelle vanno in profondità su questo punto. Così come una tabella relativa al “genere” conferma che l’Italia è prima, di nuovo, con il suo 82% di donne insegnanti.
Il Rapporto è rivolto innanzitutto ai decisori politici, perché prendano le decisioni necessarie; agli  insegnanti, perché riflettano oltre l’orizzonte della loro materia e della loro classe; all’intera società civile italiana, perché si interroghi sul proprio futuro a partire da quello dell’educazione; agli esperti e agli intellettuali del settore perché imparino, a partire dai dati brutali che gli aridi numeri ci consegnano.
Il rischio che si può correre di fronte ai dati e a “questi” dati è quello di passare subito all’incasso: di guardarli, cioè, solo come conferme di nostri tic o pregiudizi. Tuttavia, per quanto guardinghi e prudenti possiamo essere, restano sul terreno alcune verità autoevidenti: che per il sistema educativo italiano si spende meno che in altri Paesi più avanti di noi nello sviluppo; che i soldi sono mal distribuiti e mal spesi; che la qualità degli apprendimenti in Italia si abbassa di anno in anno; che l’apparato di governo amministrativo centralistico dell’Education è inefficiente e tuttavia costosissimo. Dal 2001 sono stati pubblicati nove Rapporti “Education at a Glance”. La musica che suonano per il nostro Paese è sempre la stessa. Chi nella società, nella scuola, nella politica vorrà finalmente ascoltarla?
 



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