Tafazzi d’Italia

- Paolo Preti

Una cosa mi piacerebbe chiedere ad inizio d’anno a chi si occupa, a diverso titolo, di questo straordinario Paese: uscire dalla logica bartaliana per cui tutto quello che c’è è sbagliato e da rifare  

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Foto Pixabay

E’ inutile fare buoni propositi, anche perché difficilmente riusciamo a mantenerli. Tuttavia una cosa mi piacerebbe chiedere ad inizio d’anno a chi si occupa, a diverso titolo, di questo straordinario Paese: uscire dalla logica bartaliana per cui tutto quello che c’è è, poco o tanto, sbagliato e da rifare e la salvezza sta sempre nel cambiamento più o meno utopistico.

La logica di chi è, cioè, capace di demolire il mondo e inabile alla costruzione della benché minima realtà umana, critico, ed anche in alcuni casi propositore, ma non valorizzatore ed edificatore. C’è insomma un’Italia del “dover essere” che non è mai in grado di riconoscere il positivo che c’è in ogni situazione umana e partire da lì, valorizzandolo, per migliorare quello che c’è da migliorare.

A chi di noi non piacerebbe avere in Italia grandi imprese ben funzionanti e ben posizionate nei settori high tech, inserite in un Stato efficiente e propulsivo, libero dalle molte ragnatele che lo inviluppano? Si dovrebbe ricominciare da capo, fare tabula rasa con il nostro passato e le specificità del nostro modello industriale, cambiare dalle fondamenta tutto quello che si pensa essere inadeguato. Ma è davvero possibile? Si può diventare in un tempo ragionevole ciò che non si è mai stati? Ha senso ragionare in termini di sogno e di utopia con il rischio di imporre alla realtà delle categorie astratte?

Chi a queste domande risponde affermativamente si iscrive di diritto al partito del “dover essere”, di chi pur di affermare la supremazia teorica di un progetto nasconde la realtà, ne sminuisce la portata, ne amplia i limiti, ne disconosce le origini; di chi nel futuro non vede l’evoluzione della propria tradizione, ma una rottura, più o meno netta, con il passato. La “nuova impresa” come l’ “uomo nuovo”.

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E allora pur in presenza di comprovate difficoltà delle nostre più importanti e grandi aziende nazionali, la grande impresa in crisi è ancora il bene verso cui tendere, mentre il successo storico della piccola impresa nazionale, con il conseguente miglioramento delle condizioni di vita generali, è fenomeno di cui condannare le resistenze al cambiamento e, comunque, sostanzialmente invisibile o incompreso.

 

La proposta di qualcosa di teoricamente perfetto, ma sostanzialmente irrealizzabile, conduce, inoltre, le persone più concrete a sviluppare un atteggiamento pessimistico: a fronte di una situazione giudicata in termini negativi bisognerebbe intervenire in un certo modo, ciò è difficile se non impossibile, non resta che arrendersi alla negatività.

 

Lo scenario economico diventa allora, ad esempio, quello di una moltitudine di imprenditori costretti a chiudere dalla concorrenza cinese o indiana, del lavoro che viene a mancare, di una società alla deriva. Così non è né in economia, né negli altri campi del vivere sociale.

 

Quando il bicchiere è pieno o vuoto è sufficiente essere sani di mente per riconoscere la situazione, quando invece, come spesso capita nelle cose degli uomini, il bicchiere è a metà, entra in gioco la libertà di scelta e di giudizio della persona. L’auspicio è che il bicchiere ci appaia sempre mezzo pieno e che, anche con il nostro impegno, lo si possa ulteriormente riempire.

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