L’Italia degli outlet e quella dei numeri

- Luca Pesenti

I giornali aprono la guerra delle cifre su redditi, consumi e inflazione. Ma la verità dov’è? E come si spiegano questi dati? LUCA PESENTI ne dà una interpretazione a IlSussidiario.net

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Se c’è una cosa sicura dopo aver letto la messe di dati ci stanno rovesciando addosso i principali quotidiani in questi primi giorni dell’anno è che i numeri faticano a star dietro ad una realtà che appare sempre più complessa e difficilmente catturabile.

Le statistiche ufficiali (le ultime sono dell’Agenzia delle entrate e dell’OCSE) dicono che in Italia l’imponibile medio è di 19.100 euro, con crescenti disuguaglianze territoriali (i lombardi dichiarano quasi l’80% in più rispetto ai calabresi). Valori molto bassi rispetto alle medie europee, per un reddito pro capite che in un decennio si è drasticamente ridotto. E se si guarda agli stipendi si scopre che quelli degli italiani sono sotto la media UE del 32,3%.

Al contempo però il reddito complessivamente prodotto del Paese è cresciuto del 3% rispetto al 2007, per effetto di una sensibile riduzione del numero di contribuenti che dichiarano meno di 15.000 euro e del contemporaneo aumento di quelli che dichiarano da quella cifra in su. Difficile dire se si tratta di un puro recupero di redditi precedentemente percepiti in nero o di una riduzione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi.

Su queste informazioni si innesta come sempre una percezione soggettiva che mai come in questi giorni racconta di un’Italia diversa. Le lunghe file fotografate fuori dai negozi o dagli outlet di maggior richiamo descrivono la razionalità di un consumatore che, forse anche grazie ai risparmi accumulati nel tempo (e su questo in Europa siamo sicuramente nei piani alti delle classifiche) non rinuncia agli acquista, distribuendo in modo più razionale le sue spese e concentrandosi nella ricerca dell’affare migliore.

 

Se si osservano i dati sui consumi nella grande distribuzione prodotti trimestralmente dalla Nielsen si ottiene una sensazione del tutto simile. Soprattutto là dove la concorrenza tra iper e supermercati è più elevata (ad esempio in Lombardia) si registra una sostanziale tenuta dei consumi grazie all’allargamento sempre più vistoso della quota di consumi di prodotti in promozione o di marca privata.

 

Vi è insomma una razionalità del consumatore italiano, aiutata da un tasso di inflazione che nel 2009 si è fermata allo 0,8% (il valore più basso degli ultimi 50 anni). Quella ragionevolezza che dapprima ci ha evitato di indebitarci, e ora non si lascia intimidire dall’umor nero irrazionale e velenoso che si è impossessato del dibattito pubblico.

 

Ancora una volta c’è un’anomalia italiana che preserva la nostra economia e che né la statistica ufficiale né una larga fetta di commentatori non riconoscono. Come ha detto domenica scorsa Benedetto XVI, con buona pace di tutti la speranza del popolo continua “a non far conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche”.

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