Repetita juvant

- Pierluigi Colognesi

Nel mondo dello spettacolo si fa dell’originalità un presunto valore. Ma PIGI COLOGNESI ci ricorda l’etimologia di “ripetizione”: il ritorno verso ciò che interessa più profondamente

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Un criterio ritenuto pressoché infallibile per giudicare di un’idea, di un discorso, di un’opera d’arte o di una trasmissione televisiva è quello della originalità. Si dice e si accetta come indiscutibile che per mostrate le proprie capacità e la propria personalità si debba esibire un alto tasso di originalità, fino all’eccentricità. Anzi, in ambiti come quello dell’arte e dello spettacolo, questo principio è spinto tanto in avanti da far coincidere l’originalità – e il collegato presunto valore – con la trasgressione di ogni forma e modello già conosciuti.

Voglio, invece, spezzare una lancia a favore del contrario di questa, alla fine, noiosa originalità, cioè voglio fare un elogio della ripetizione. Lo spunto mi viene dal fatto che siamo nel mese di ottobre; mese che la Chiesa da secoli dedica alla più ripetitiva delle preghiere: il rosario.

L’etimologia della parola «ripetere» è interessante. Deriva dal latino e si compone di due parti. Il «ri» indica qualcosa che viene fatto di continuo. «Petere» significa: indirizzarsi verso, raggiungere un luogo. «Petere Romam» si potrebbe tradurre come «recarsi a Roma». E, quindi, ri-petere Romam indica l’azione di chi a Roma ci ritorna. Vien subito da chiedersi come mai uno a Roma ci vada di nuovo, dopo esserci già stato. Evidentemente vi ha trovato qualcosa che lo interessa profondamente oppure là può soddisfare un bisogno che lo urge. Si potrebbe dire che uno ritorna in un posto, ri-pete, perché solo lì c’è quello che sta cercando. Se l’ha trovato una volta, non deve fare altro che tornare sul luogo del ritrovamento. Sarebbe «originale» nel senso di bizzarro e forse un po’ matto chi, avendo trovato quello che cercava a Roma, si dirigesse verso Amsterdam.

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Ma «petere» significa anche «domandare», per cui la ri-petizione è l’insistenza della domanda. Ecco il rosario, la preghiera del pellegrino che sa bene dove sta andando e ci va con sicurezza. Ripetendo le sue cinquanta Ave Maria, sempre uguali, come una lunga e fedele insistenza. Evidentemente motivata dalla sicurezza di trovare ascolto e risposta.

La ripetizione ha un altro effetto benefico. Scava nel terreno secco della distrazione, penetra nel suolo arido della smemoratezza. Di tante cose sentite, viste e dette ci dimentichiamo in un batter d’occhio. Mentre quelle che abbiamo ripetute molte volte – come le poesie che ci facevano studiare a memoria da piccoli – sono rimaste. E ci vuol poco a farle riemergere dalla dimenticanza per poterle riutilizzare. Cioè per scoprirne il perennemente nuovo messaggio. Perché adesso non sono più quello che le ha imparate la prima volta e nemmeno quello che se l’è ricordate settimana scorsa.

La vita procede e le cose ripetute e depositate nella memoria – se sono vere – restano sorprendentemente nuove anche oggi. Come è nuova un’Ave Maria detta adesso rispetto a quella che ho recitato anche solo cinque minuti fa; può essere successo di tutto, nel frattempo.
Per la crescita del grano un violento temporale è piuttosto dannoso. Il ripetersi apparentemente monotono di una pioggia fine e regolare è invece sicuramente fecondo.

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