Emilia e quei primi passi

- Stefano Giorgi

Dieci anni fa moriva Emilia Vergani, fondatrice di In-presa, un’opera che ancora oggi accompagna i ragazzi alla ricerca di un senso per la propria vita

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Vincent Van Gogh, I primi passi

Nel corridoio d’ingresso di In-presa campeggia un quadro di Van Gogh: I primi passi. Vuole essere l’immagine della promessa di quello che chiunque entra può poi trovare: un aiuto a camminare. È iniziato tutto da Emilia Vergani, assistente sociale in quel di Carate Brianza, che nel suo lavoro, delega ai minori, vide che per i ragazzi la vita ha i suoi contraccolpi: talvolta si portano dietro una rabbia inconfessata, dei dolori mai consolati, incomprensioni familiari o situazioni veramente gravi.

 

Il suo amore al proprio e altrui destino, la sua passione a ricercare con tenacia e ardore (saggia e ardente, ha definito don Giussani la vita di Emilia tra noi) il volto buono del Mistero che sostiene tutte le cose, la certezza che anche nelle situazioni di buio più grave c’è una mano amica che può accendere una luce l’ha portata a offrire la sua mano salda ai ragazzi che incontrava. Quella mano si è fatta accoglienza per tanti ragazzini del paese che per varie ragioni sentivano di non valere niente.

Così la ricorda il figlio Giovanni: «“Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore:il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”. Leggere questa frase del salmo 127 mi ricorda sempre mia madre. Lei non concedeva la sua amicizia come premio per un traguardo raggiunto; soprattutto ai ragazzi, che poi saranno i ragazzi di In-Presa. Con loro, infatti, spesso capitava di non raggiungere l’obiettivo che ci si era prefissati, che dopo molti tentativi continuasse ad essere difficile conservare un posto di lavoro, o recuperare i vincoli di serenità familiare o, in generale, un’energia affettiva propria, perduta o rubata; sembrava che fossero addormentati e che non riuscissero a svegliarsi dal sonno. Tuttavia erano i suoi amici. Il dubbio che quello che stesse facendo fosse inutile, o utile solo per alcuni, non ha mai prevalso in lei rispetto alla simpatia originale che manifestava per tutte le persone che incontrava».

Una simpatia originale che si è fatta opera, cioè metodo: “Non basta l’accoglienza con i ragazzi, occorre l’educazione” era solita ripeterci in continuazione; per questo prendere un ragazzo in affido – come le prime famiglie -, o prenderlo in azienda per insegnargli un mestiere – come i primi amici imprenditori -, o predisporgli un cammino di formazione – fino a costruire una scuola proprio per loro: il Centro di formazione professionale In-presa -, non è per risolvere i problemi, ma per far rinascere un io.

Raccontava Emilia in un convegno a San Marino nell’aprile del 2000: «Pasquale dice: “Mi sembra di essere un puzzle: mia mamma non sta bene; il mio principale, che di principio è uno sfruttatore; poi voi dell’In-presa. Ma come si fa ad andare avanti così?”. Secondo noi questa domanda è quella fondamentale, quando un ragazzo se la pone vuol dire che di strada ne ha fatta tanta, che il lavoro dei raggi e tutto quello che noi facciamo, ha portato a questa domanda. La risposta è stata: “Se tu hai una sveglia smontata in tanti pezzetti come un puzzle, per cui c’è la lancetta, il vetro, eccetera, per rimetterla insieme e perché la sveglia abbia la funzione di segnare l’ora (come dire, l’essere tu messo insieme ad altri perché tu stia bene nel posto in cui sei: ti piaccia lavorare; aiuti tua mamma nel suo momento di difficoltà; che tu possa fare i soldi per comprare il motorino), occorre che i pezzetti siano messi insieme non da un altro pezzetto, ma da un ordine di cose che è al di fuori dei pezzetti della sveglia: occorre un senso che permetta di metterli insieme”. Queste cose i ragazzi le capiscono al volo. Si coglie che le cose giuste uno non le capisce bene, ma capisce che sono giuste. Allora un altro ragazzino mi ha chiesto: “Ma cos’è questo senso?”. “Il senso è il significato delle cose”. “Allora ci devi parlare di questo senso”. Parlare di questo senso vuol dire che tutto il resto – il recupero dell’handicap, la terza media, la borsa lavoro – deve arrivare a essere una proposta di questa direzione, di questo senso».

 

“Tutto il resto” in questi dieci anni dalla morte di Emilia (avvenuta in Paraguay il 30 ottobre del 2000) è diventato centro di aiuto allo studio e di preparazione all’esame di terza media attraverso percorsi personalizzati; centro di formazione professionale per aiuto-cuochi; percorsi sperimentali in alternanza scuola/lavoro per aiuto-cuochi e manutentori elettrici; percorsi di accompagnamento al lavoro; momenti di proposte educative nel tempo libero “il Circolo”.

 

“Tutto il resto” è la forma che ha preso adesso quella mano salda; ed è l’orizzonte del lavoro che facciamo tra noi a In-presa, insegnanti, tutor, addetti alla segreteria, amministrativi quando, iniziando la settimana con un momento comune, mettiamo a tema la prospettiva delle azioni che andremo a svolgere nel nostro specifico, con lo scopo di aiutarci e sostenerci nell’essere ciascuno di noi quel terreno saldo, quel luogo in cui è possibile che si parli del “senso”.

 

Un luogo dove il tuo nome possa risuonare in un modo speciale, come, in fondo in fondo, in una casa. Un esempio di che cosa ha generato il seme piantato da Emilia è nell’incipit di un tema di Riccardo, un ragazzino delle medie inferiori: «Oggi sono felice, mentre prima non ero felice, andavo a scuola a […] dove forse non ero il benvenuto, ormai adesso è un capitolo da oltrepassare con un salto molto lungo. Ero incapace di reagire, i compagni che non mi volevano mi odiavano […]. Avevo un peso, una scontentezza indecifrabile, qualcosa di raro. Adesso sono all’In-presa a Carate».

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