Quanto vale la felicità?

- Pierluigi Colognesi

Una ricerca condotta da psicologi dell’Università di Harvard ha concluso che, per ottenere un minimo di serenità nella vita, bisogna «vivere il presente»

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Foto Imagoeconomica

Una recente ricerca, condotta da psicologi dell’Università di Harvard, ha concluso che, per ottenere un minimo di serenità nella vita, bisogna «vivere il presente». Il quotidiano italiano che ne ha riportato i risultati titolava: «La felicità è adesso».

 

Non è necessario addentarsi nei particolari dello studio. Basti dire che alla fin fine gli psicologi americani hanno rispolverato l’interpretazione più ovviamente corrente dell’oraziano «carpe diem», cogli l’attimo. Ognuno di noi, in sintesi, sarebbe più felice quando si dedica a quello che sta facendo, senza rimuginare sul passato né immaginare il futuro, quando, appunto, «vive il presente».

Ma bisogna intendersi. Faccio un esempio banale. Stamattina avevo la periodica seduta per l’igiene orale; ho paura dei dentisti fin da quand’ero piccolo e un’operazione pur tanto semplice mi procura sempre un po’ di agitazione. Per distrarmi, cercavo di concentrarmi proprio sulla ricerca americana e sul commento che avrei voluto fare; a un certo punto l’addetto all’aspirazione ha fatto una manovra maldestra e quasi mi ha infilato in gola il tubicino. Ho pensato: ecco, se il presente fosse solo questo attimo, soffocherei. Per sopportare il piccolo disagio devo pensare al futuro: devo avere una prospettiva positiva. Ed è ragionevole aspettarsela perché ho, nel passato, l’esperienza che il mio dentista e i suoi collaboratori non sono dei macellai.

Dunque «vivere il presente» non è tagliare i ponti con le altre due dimensioni del tempo che al presente stesso danno la compiuta prospettiva. Anche i maestri cristiani dello spirito invitano ad attenersi al momento presente. «Age quod agis» suggeriscono: fa quello che stai facendo. E fallo bene, senza attardarti sul passato e senza disperderti nell’immaginazione del futuro. Ma senza dimenticarli.

Il passato esiste e pesa inesorabilmente sul presente. La scespiriana lady Macbeth appare a un certo punto in scena in uno stato quasi ipnotico e si sfrega continuamente le mani; vorrebbe lavare il sangue dei delitti di cui si è macchiata, sangue che, nonostante le sue mani siano pulite, lei continua a vedere. «Quello che è fatto è fatto» si dice disperata. Ed è posizione realistica; nessuno può far sì che il nostro passato non sia stato quello che è stato. Esso ci inchioda.

A meno che una potenza a noi nascosta ci dimostri che tutto il passato appartiene a un disegno che conduce a un presente in cui trova il suo significato; a meno che il perdono sia in grado di illuminare anche il passato cattivo, fino a poter dire, come fa l’abate di Milosz a Miguel Mañara che continua a pensare ai suoi peccati: «Tutto questo non è mai esistito».

 

Quanto al futuro, se l’immaginazione – come dicevano i monaci medievali – è sorgente di distrazione e inciampo, l’alternativa non è appiattirsi sull’effimera reazione emotiva dell’istante. Ogni gesto ha delle conseguenze. Scordarselo non è «vivere il presente», ma condannarsi all’insignificanza.

 

È curioso che la citata ricerca concluda che al primo posto della lista delle “attività” che più ci rendono felici ci sarebbe il sesso, perché lì massimamente succederebbe di «vivere il presente». Ma si parla di un atto da cui è stata eliminata ogni dimensione di passato – la storia di rapporto affettivo che vi ha condotto – e di futuro – l’apertura alla generazione. Ma così appiattito nella soddisfazione istantanea si può ancora, descrivendolo, parlare di felicità?

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