Roma, quei bravi ragazzi

- Roberto Fontolan

Martedì la capitale ha vissuto una giornata di guerriglia, con i black bloc che hanno creato disordini e incidenti

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Il black bloc che conosco io ha ventisei anni, è figlio di un medico, appartiene a una famiglia di buona borghesia e di genealogia cattolica che pur avendo colf extracomunitarie in casa un po’ se ne vergogna. Quando non bighellona tra una notte alternativa e una microcomune, risiede in un bel quartiere romano, è accampato in una selettiva facoltà scientifica della “più grande università d’Europa” (e probabilmente la peggio organizzata), da dove scatena occupazioni e cortei, è amico di vari professori e ricercatori in quanto “siamo tutti vittime della Gelmini”.

Ha fatto regolarmente comunione e cresima e se in un’assemblea parla uno di Cl (la lobby più minacciosa e misteriosa d’Italia e forse di più, secondo un volume delirante che torreggia in varie librerie) lo zittisce urlando di suo e aizzando le ragazze-compagne, in genere molto più suscettibili dei maschi. Se in quelle occasioni non muove le mani è solo perché comunione e cresima le ha fatte insieme al nemico e ciò fa scattare una specie di freno automatico, sentimento residuo di un un bel tempo andato fatto di recite a scuola e stravaganti raccolte di figurine.

In fondo a una certa preoccupazione qua e là affiorante, i genitori manifestano istintivamente un filo di orgoglio per un figlio politicamente impegnato, che lotta per dei valori, meglio di tanti altri che pensano solo a se stessi (l’eventuale esistenza di quelli che, per dire, credono in Berlusconi non è contemplata). A questa età è giusto protestare, è giusto essere ribelli, poi ci pensa la vita a metterti a posto con le sue delusioni e normalizzazioni, resteranno dei gran ricordi.

Il black bloc che conosco io non è un cattivo soggetto. È che lo disegnano così, direbbe la conturbante fiamma di Roger Rabbit. I black bloc che si sono messi in azione a Roma nel giorno della sfiducia sfiduciata non sono cattivi. Semplicemente non esistono in quanto black bloc. Cioè in quanto fantasmi maligni, cani sciolti senza alcun collare, arrivati sotto il Colosseo a cavallo di leggende metropolitane: venivano da Padova, da Berlino, comunque dal Nord (da mondi nebbiosi e indecifrabili), anarchici, specialisti della provocazione, professionisti dello scontro, “marcantoni dell’anticapitalismo tedesco”. Sono proprio le entusiastiche cronache di Repubblica a dirci la verità.

Che racconti frementi, che pagine epiche, che spettacolo offre la gioventù quando si indigna: “E quando i centomila arrivano all’Ara Pacis lo stile black bloc prende il sopravvento”. Uno stile. “La violenza è ora di massa, di una generazione intera”. Una generazione intera. “Quelli di Terzigno mostrano esperienza. Per attaccare i blindati alcuni usano i picconi, alcuni versano liquido infiammabile sulla carrozzeria”. Esperienza. “Chi è rimasto in piazza dice: i black bloc non esistono, la rivolta è stata molto naturale, sostenuta da un sentimento collettivo”. Naturale. “La sera dalla Sapienza in assemblea (è l’università di cui sopra) il movimento fa sapere: non c’è nessuna condanna, tra noi non ci sono buoni e cattivi, solo diversi modi di protestare”. Modi.

 

Dalle parti di piazza del Popolo c’è anche un Tommaso, diciottenne “ciondolante”, in una mano una bottiglia di birra e nell’altra un telefonino: “Sì, ‘amo fatto un bel casino”, dice all’interlocutore (padre? amico? fidanzata?). Passa una signora “elegante, di mezza età” (ovvio, già ci infastidisce) che gli dice: “Ci sarà pure un altro modo per dire che non siete d’accordo”. E il romantico Tommaso, di rimando: “E allora anche tu sei una merda. Io te pago la pensione col lavoro che nun c’ho. Tu che fai per me? Dimmelo, che fai? Ce state a ruba’ la vita”. Wow, che quadretto, che fulminante lucidità. Un film neorealista non ce l’avrebbe restituita così efficacemente come la penna del cronista ammirato da tanta sfrontatezza e comprensione delle contraddizioni del sistema.

 

Il mese scorso il mensile Style del Corriere della Sera ospitava un’intervista con un finanziere francese d’alto lignaggio monetario che ha salvato Le Monde. Quarantenne, sobrio, colto, belloccio, misurato, charmant, viaggiatore. Roba da cadere ai suoi piedi e proclamarlo presidente universale. Dichiarava di essere un lettore appassionato di Baudelaire e di tutti i grandi “ribelli” contro l’ordine costituito, contro il perbenismo, contro la tradizione borghese. Secondo lui, la società ha bisogno della rabbia, altrimenti si affermano l’egoismo e lo sfruttamento. Lui, il black bloc di successo ha comprato Le Monde. Agli altri resteranno i ricordi. E che Baudelaire li perdoni.

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