L’euro in ostaggio

Ieri è iniziato il settimo vertice Ue del 2010 dedicato alla crisi dell’euro. Purtroppo, spiega UGO BERTONE, non arrivano notizie confortanti

17.12.2010 - Ugo Bertone
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Una riunione all'interno della Bce (Foto Imagoeconomica)

Per sette volte, nel corso del 2010, il Consiglio Europeo si è dovuto radunare per affrontare, con dubbio successo, l’emergenza sul fronte dell’euro. Il rituale, per sette volte di fila, ha seguito un copione ben preciso. Innanzitutto, sotto la minaccia dell’attacco della speculazione alla finanza pubblica di un Paese a rischio, i Big della Comunità si sono divisi in “colombe”, le più inclini a mettere a punto una strategia comune a difesa dei partners più deboli, e il fronte dei “falchi”, capitanato dalla Germania di Frau Angela Merkel che, pur consapevole di dover alla fine allargare i cordoni della Borsa, si è sempre detta contraria a misure preventive o a meccanismi automatici, sospettando, forse non a torto, che la solidarietà senza condizioni avrebbe favorito comportamenti non responsabili dei Paesi più spendaccioni.

L’intreccio si è poi sviluppato secondo la trama più prevedibile: ogni volta, per sette volta di fila, il conflitto iniziale si è ricomposto dopo lunghe trattative, per lo più notturne, sedute drammatiche dei mercati finanziari, la minaccia di fratture dalle conseguenze imprevedibili. Il risultato, scontato, è che il killer dei mercati ha potuto campare di rendita, aggredendo una vittima per volta: prima la Grecia, poi, l’Irlanda. Ora tocca alla penisola iberica, Portogallo ma soprattutto Spagna, che ha dovuto aumentare di un punto secco i rendimenti offerti all’asta dei Bonos.

Il terzo atto è scontato: sull’onda delle decisioni implacabili delle agenzie di rating, del tutto insensibili (per ora) sia alle proteste degli Stati che alle minacce di controlli più severi e di sanzioni da parte delle nascenti istituzioni finanziarie dell’Unione Europea, il killer si è mosso indisturbato alla ricerca di nuovi bersagli. Mica l’Italia, vittima designata degli osservatori più superficiali. Ma, grande sorpresa, il Belgio. Certo, la finanza pubblica di Bruxelles presenta diverse analogie con quella, dissestata, di casa nostra. Ma negli ultimi anni il rapporto debito/Pil è sceso verso quota 100%, contro il 118-120% italiano, mentre il tasso di crescita dell’economia è grosso modo il doppio di quello, per giunta in frenata, della Penisola.

Ma il killer sa che, in certe materie, contano le dimensioni. L’Italia, che da sola conta per il 40% nel mercato dei titoli di Stato dell’eurozona, rischia di essere un boccone indigesto per i maghi della finanza che, con un rigiro modesto di capitali, possono sfruttare fino in fondo le anomalie e le fragilità dell’Europa. In fin dei conti, il “covo” della speculazione opera in assoluta tranquillità, al riparo dalle autorità. Il mercato dei cds, rigorosamente privato, è al 72% nelle mai di cinque grandi banche Usa (Goldman Sachs, Bofa, Morgan Stanley, Citi e JP Morgan).

 

Non solo. Come ha documentato di recente il New York Times, ogni mercoledì si riuniscono nel cuore della Grande Mela i rappresentati dei signori dei derivatives al riparo da orecchie e occhi indiscreti. Non è difficile ipotizzare, anche senza una particolare passione per i complotti, che in quelle occasioni si sia parlato del debito greco o di Lisbona. E forse sono partite di lì le ondate anti-euro che hanno garantito profitti da favola grazie a un copione quasi infallibile: forti squilibri sul fronte dei cds, cui fa seguito l’allargamento della forbice dei rendimenti rispetto ai Bund tedeschi nel caso della Grecia. Oppure, un massiccio ribasso in Borsa delle banche, amplificato dall’impiego di contratti derivati, sui titoli, come è avvenuto in Irlanda.

 

Le varianti sono quasi infinite, la regola è una sola: colpire dove l’avversario è più vulnerabile. Oggi, i mutui in Spagna piuttosto che l’indebitamento delle famiglie in Portogallo. Domani, chissà. Forse nel mirino ci saranno le cartolarizzazioni della sanità di casa nostra, Lazio e Campania in testa. Non va dimenticato che nel ’92 l’Italia rischiò di scivolare sulla buccia di banana dell’Efim. Il killer non rinuncia all’effetto sorpresa. Senza correre grossi rischi, anche perché favorito dall’incertezza dei guardiani dell’Europa.

 

Certo, al settimo vertice sono in agenda decisioni rilevanti, a partire dal via libera definitivo al fondo salva Stati che dal 2013 dovrebbe spuntare le unghie alla speculazione fino all’aumento di capitale della Bce, la roccaforte più solida dell’eurozona. Ma, d’altro canto, questa soluzione conferma implicitamente che per i prossimi dodici mesi si dovrà intervenire, come sempre, caso per caso, lasciando alla speculazione l’arma della prima mossa. Niente di male se l’Europa, di fronte alle difficoltà, avesse cementato una maggior unità.

Al contrario, corre il sospetto che le tensioni degli ultimi dodici mesi abbiano incrinato alcune certezze: l’intransigenza tedesca, tanto per cominciare, sta raccogliendo consensi nel Nord Europa, a partire dai soci scandinavi dell’Unione Europea; il Regno Unito, che non fa parte dell’area euro, ha messo paletti rigidi contro maggiori impegni sul fronte del bilancio dell’Unione. Torna a far capolino l’ipotesi di un’Europa a due marce, ma con una novità: anche la Francia, stavolta, rischia la serie B. Brutto affare, se si pensa che in questi anni l’asse franco-tedesco è stato essenziale per superare i momenti di crisi.

Insomma, a fine 2010, anno quarto della grande crisi, l’Europa si qualifica come la vera area a rischio dell’economia globale. Colpa di una risposta insoddisfacente, come dimostra l’incapacità a osare manovre più ambiziose, a partire dall’emissione degli eurobond. Colpa del deficit di identità politica ed economica che va al di là delle semplici cifre. Nessuno si sogna di chiedere il default del dollaro per i problemi della California o di New York, anche se Arnold Schwarzenegger non ha lasciato in eredità conti più solidi di quelli dei governi di Atene o di Lisbona.

 

Ma la California, terra del biotech e di Apple, è un ingranaggio essenziale della macchina economica e un ingrediente insostituibile del dna culturale americano. L’Europa, al contrario, si presenta ancora come una scatola di Lego composta da 26 pezzi che, in qualche maniera, cercano di incastrarsi nel corpo della grande Germania. E non sempre ci riescono. 

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