I veri precari

- Paolo Preti

I giovani scendono in piazza a protestare con la complicità dei genitori, che hanno riempito le loro pance, ma non i loro cuori

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In un intero anno di crisi, ma potremmo estendere la considerazione anche al 2009, c’è stato un unico sciopero generale, proclamato da un solo sindacato e sostanzialmente poco partecipato. Contemporaneamente la scena è stata rubata dalla contestazione studentesca che, sulle ali della riforma universitaria in via di approvazione, ha occupato le piazze con manifestazioni rumorose e, alcune volte, anche violente.

Pare di poter dire che prima che economica la crisi sia sociale e culturale. Come nel ‘68 che anticipò l’autunno caldo dell’anno successivo: in quel caso, però, la protesta studentesca arrivò in un’Europa che usciva dal boom economico degli anni Sessanta. Queste manifestazioni di dissenso, sicuramente non maggioritarie nelle piazze, paiono tuttavia trovare un certo consenso, sia pure silenzioso, nelle generazioni dei padri che sembrano concordare con l’ipotesi, ampiamente diffusa in questi mesi dai mass media, di figli destinati per la prima volta da tempi immemori ad avere un futuro peggiore del presente di chi li ha preceduti.

Impoverimento materiale e assenza di speranza, la tesi sostenuta. Si potrebbe obiettare che ciò forse dipende anche dal fatto che i giovani hanno in tasca molti più soldi di quanti ne avessero alla loro età i propri genitori e che spesso sono proprio loro ad averceli messi finendo con il provocare quell’assenza di desiderio denunciata recentemente anche dal Censis. Ma non è questo il punto principale.

Una madre che si autodefinisce molto arrabbiata, così scrive al Corriere: “Ieri mia figlia ha compiuto trent’anni. Da diversi anni lavora nella stessa azienda con contratti ‘a progetto’ […] Non è mia figlia che mi ha deluso. E non è di lei che voglio parlare, ma dell’indifferenza di chi assiste senza scomporsi al dramma della sua generazione. Alla sua età io avevo già fatto molti sacrifici, ma avevo prospettive concrete di crescita professionale e di fare progetti per la vita. Per mia figlia e la grande maggioranza dei suoi coetanei i sacrifici non bastano: con questi giovani la realtà è stata, ed è, avara di occasioni e ladra di sogni. […] Nonostante le lauree e i master all’estero, la loro vita sembra segnata irrimediabilmente dalla precarietà. Altro che meritocrazia”.

È da anni che vedo i genitori accompagnare in università le matricole, cosa che non succedeva quando la frequentavo da studente, ma che un genitore faccia da “sindacalista” al figlio mi sembra veramente il segno dei tempi e segnala, forse, il fallimento di un’intera generazione. Non quella dei figli, quella dei padri, che hanno riempito le pance più dei cuori e oggi sono costretti a riflettere sui risultati ottenuti.

 

Denuncia e pretesa non possono più funzionare, se mai lo hanno fatto: occorre ripartire, anche sfruttando le nuove condizioni materiali in cui la crisi economica ci pone a vivere, da esperienza e testimonianza. Esperienza che anche oggi è possibile vivere pienamente la propria avventura umana e che, per esempio, la precarietà, condizione umana strutturale, non è definitoria neanche in economia: forse che il lavoro dell’imprenditore non è precario per definizione? Ma con quale passione e dedizione molti di essi vivono la propria attività diventando concreti punti di riferimento per molti collaboratori.

 

E testimonianza perché ciò sia incontrabile al maggior numero possibile di persone e diventi ipotesi di lavoro a tutti i livelli della nostra società. Perché le forze che cambiano il cuore dell’uomo sono le stesse che cambiano la storia.

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