Malati di utopia

- Paolo Preti

Avanza ora una nuova ipotesi a spiegare la crisi economica, i cui principali effetti possiamo pensare di esserci lasciati alle spalle. L’eccesso di indebitamento a cui è ricorso il popolo americano, sostenuto da governo e banche, sarebbe dovuto ad una esistenza priva di idealità

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«Utopia (u-to-pi’-a) s.f. – quanto costituisce l’oggetto di un’aspirazione ideale non suscettibile di realizzazione pratica. Nome coniato da T. Moro nel 1516 con le voci greche “ou”, non, e “topos”, luogo; prop. “luogo che non esiste”», Giacomo Devoto, Giancarlo Oli, Dizionario della lingua italiana. «Utopia deriva dal greco antico e significa letteralmente “luogo inesistente” oppure “luogo bellissimo”, a seconda che si faccia risalire la sua etimologia al termine ou-topos (cioè non-luogo) oppure eu-topos (ovvero buon luogo)», Wikipedia.

Luogo bellissimo perché inesistente, di fantasia, dunque al fondo inutile se non pericoloso. C’è un modo, ne ho accennato più volte nel passato, di riferirsi al reale, anche in economia, che tutto critica in nome di un ideale perfetto, ma lontano dalla realizzabilità. Sognare ad occhi aperti è esercizio dell’adolescente che ha ancora “tutto davanti a sé come possibilità”. L’adulto costruisce con quello che ha a disposizione, riferendo la propria azione, nel migliore dei casi, ad un progetto ideale che mai sulla terra sarà compiutamente realizzato: “voglio il bene, faccio il male”.

Avanza ora una nuova ipotesi a spiegare la crisi economica, i cui principali effetti possiamo pensare di esserci lasciati alle spalle. L’eccesso di indebitamento a cui è ricorso il popolo americano, sostenuto da governo e banche, sarebbe dovuto ad una esistenza priva di idealità: si cerca di rispondere materialmente ad un bisogno spirituale insopprimibile e inevaso.

Il consumismo, in fin dei conti, è sempre stato questo: pensare che il pur necessario bene materiale, sconosciuto alle generazioni precedenti, potesse dissetare l’uomo anche nelle sue esigenze più profonde. In realtà, il benvenuto e generalizzato miglioramento delle condizioni di vita, benefico effetto del capitalismo, nulla aggiunge nella ricerca di significato proprio della responsabilità umana.

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 L’equilibrio tra consumo e risparmio, una sorta di banalizzazione del rapporto tra materia e spirito, su cui è stato costruito lo sviluppo economico del mondo occidentale negli ultimi sessant’anni si è però rotto negli ultimi anni a “favore” del primo. E’ la tesi che Stefano Bartolini, economista dell’università di Siena, espone nel suo Manifesto per la felicità, come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere di prossima pubblicazione e anticipato in un paper di cui ha parlato Massimo Mucchetti sul Corriere.

 

«L’ipotesi è che lo sviluppo smodato dei consumi serva a compensare il venir meno dei “beni relazionali” (…) e il degrado dei beni comuni e gratuiti. E che il venir meno di questi beni alimenti a sua volta la crescita dell’economia in una spirale efficace e perversa. Due esempi: se non abbiamo tempo, voglia o capacità di coltivare le amicizie o la famiglia, per ammazzare il tempo compreremo tutti i prodotti dell’intrattenimento domestico solitario; se il lago di casa è inquinato, andremo ai tropici anche quando piove. I comportamenti migrano dall’area non monetaria all’area della compravendita».

 

Per fare questo si lavora di più, ci si indebita di più, si aumenta la competizione e si perde in fiducia relazionale e in felicità personale. Sogno e materia, anche nelle versioni di comunismo e consumismo, non possono aiutare l’uomo a risolvere il proprio dilemma esistenziale: meglio ideale e realtà.
 

 

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