La schiavitù del low cost

- Giuseppe Frangi

Il modello dei consumi low cost sembra il toccasana prodigioso che tiene viva un’economia colpita alle fondamenta. Ma fatte tutte le somme, quanto costerà domani?

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Piace a tutti, è democratico, guai a chi lo tocca. Il modello dei consumi low cost sembra il toccasana prodigioso che tiene viva un’economia colpita alle fondamenta da una crisi molto più profonda e strutturale di quelle attraversate nei decenni passati. Con il low cost si tiene in piedi il turismo, si fanno viaggiare milioni di persone per le quali pochi decenni fa viaggiare era un’utopia, si riempiono le vetrine di vestiti che restano di moda per una settimana o poco più, ad uso e consumo di generazioni sempre più bulimiche. Li hanno chiamati vestiti-kleenex. Il low cost sfiora anche la casa, le comunicazioni, i computer, la tv. Una vacanza a Sharm el Sheik oggi non la si nega (quasi) a nessuno, mentre a quanto sembra sta prendendo “il volo” la moda di farsi i picnic ad Hyde Park. Andata e ritorno Londra, prenotati con il dovuto anticipo, costano molto meno di una scampagnata in val Brembana o ai Colli Albani. Intanto, sulla rotta opposta, gli inglesi calano con una toccata e fuga per una giornata di shopping all’italiana. L’appeal della cosa che costa poco e rende molto oggi, ma che, fatte tutte le somme, quanto costerà domani?

La domanda è certamente impopolare, ma prima o poi andrà pur posta. Quanto il nostro pianeta può sopportare un livello così abnorme di consumi, che abbattendo i prezzi moltiplica in modo esponenziale le quantità? Quanto questo modello in apparenza light, alla portata di tutti è solo un bombardamento consumistico che copre le questioni profonde e davvero strutturali della crisi?

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Un consumismo politically correct, contro il quale non valgono più neanche le vecchie prediche ideologiche o i vecchi anatemi di preti o intellettuali tutti d’un pezzo. Oggi pur di alimentare questo sistema e di non far fermare la grande macchina si scopre che persino il “sottocosto” può essere economico. Peccato che poi a monte il sottocosto significhi la strozzatura di tanti settori produttivi, messi alla stretta da distribuzioni iperpotenti e costretti a svendere ciò che producono (emblematico il caso del Parmigiano Reggiano, usato come prodotto civetta dalle grande distribuzione e la cui filiera produttiva è stata salvata solo con un intervento pubblico).

Il low cost poi si trascina anche un altro fattore conseguente: se una cosa costa poco, la si butta con minori patemi d’animo. Risultato: in Italia in media il 9 per cento della spesa alimentare finisce nei cassonetti, ed è quasi tutto un surplus generato dalle “offerte speciali” a cui non si sa resistere (tutti i numeri li potete trovare nel documentatissimo intervento di Sebastiano Renna sul numero 39 del mensile Communitas). Come dice Carlin Petrini, siamo al paradosso che «in questo mondo di valori capovolti è il cibo che ci mangia: un cibo omologato, seriale, globale e poco naturale che inquina la Terra».

Certo, questo è un tema che pochi vogliono mettere in agenda. Eppure l’Italia, per le caratteristiche della sua economia, per i giacimenti di consumi di qualità su cui potrebbe investire è il sistema-Paese che avrebbe più da guadagnare ad andare oltre questa “dolce” schiavitù del low cost.

 

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