Peccatori, ma non ipocriti

- Pierluigi Colognesi

E’ il senso del peccato o la grandezza delle arti a stabilire la statura umana di una persona? Raccogliendo la provocazione di Pierluigi Battista su Il Corriere della Sera PIGI COLOGNESI ne parla a IlSussidiario.net

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La provocazione l’ha lanciata Pierluigi Battista dalle colonne del Corriere della Sera del 16 maggio: più si indaga sulla privata biografia di scrittori, poeti, intellettuali del Ventesimo secolo, più si scopre la sgradevole coesistenza in loro di opere eccelse e comportamenti meschini.

La lista è lunga e deprimente. C’è il drammaturgo anticapitalista che osanna il regime (fintamente) egualitario dell’Unione Sovietica e intanto mette al sicuro i soldi in Svizzera. C’è il premio Nobel che non ha il coraggio di dire una parola per salvare un amico dal lager (sovietico) e c’è il grande filosofo che di parole ne dice fin troppe perché un collega nel lager (nazista) ci vada a finire. C’è chi distrugge con ogni mezzo la reputazione di in concorrente e chi, dichiarandosi libertario, tratta la compagna come una schiava.

È salutare che la contraddizione emerga. Per lo meno si evita di fare degli intellettuali una casta di intoccabili, posti dalla genialità (quando c’è) delle loro opere al di sopra di ogni valutazione morale. E siccome l’incoerenza sembra non fare distinzione fra destra, centro e sinistra, magari la si smetterà anche di usare le debolezze morali di chi sostiene un’idea per attaccare quell’idea, invece che contrastarla per quello che è.

Bisogna però evitare di fare di ogni erba un fascio. Un conto è il cedimento, anche grave, di un momento; un altro è una posizione sbagliata mantenuta sistematicamente. Un conto è cedere ad una azione malvagia per paura ed un altro è pianificarla a lungo per invidia. Insomma, anche nel mondo degli intellettuali c’è tutta la varietà e la ricchezza di sfumature che caratterizza la drammatica vita morale di ogni uomo. Vedere questo dramma nel mondo, per altri versi inarrivabile, della genialità artistica aiuta a capire due cose.

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Il bene – e quindi anche la grande arte – non è un prodotto completamente nostro. Una volta intervistai il pittore Salvatore Fiume; gli chiesi se poteva spiegarmi come nasceva in lui un quadro. Mi disse: «Non lo so. È un dono». Certamente non pensava, lui non credente, di riecheggiare santa Teresina di Lisieux: «Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me».

 

D’altra parte il male è ben radicato in noi. «Grande è la sua potenza», dice la strega nel Dies irae di Dreyer. La vera differenza – per gli artisti più eccelsi e per noi gente comune – è tra chi non vuole ammettere questa radice cattiva e chi sì. I primi sono costretti ipocritamente a nascondere a sé e agli altri il proprio limite; e finiscono per teorizzare che non è tale. Gli altri accettano al ferita.

 

Penso ad esempio a Dmitrij Šostakovič, il grande compositore russo che non ha mai avuto il coraggio di opporsi o anche solo di non osannare platealmente il regime di Stalin. Ma non ha teorizzato o giustificato questa debolezza. Ne ha accettato il bruciore, fino a utilizzarlo per la sua propria produzione artistica. Ed infatti ciò che di lui più commuove non sono le roboanti colonne sonore per film di propaganda, ma le struggenti e intime musiche da camera.

 

E, forse, la sua disgrazia vera è stata quella di non aver nessuno cui poter dire, dolorosamente tranquillo: «Confesso…».

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