Care imprese, chi vi difende?

- Paolo Preti

Le Pmi sono in difficoltà: molte hanno chiuso o venduto, altre invece continuano la loro lotta in prima linea. Chi le aiuterà?

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“E si pensava molto semplicemente che forse non eravamo mai stati davvero bravi, che ce l’eravamo suonata e cantata, la storia del Made in Italy, che avevamo guadagnato finché era stato facile e poi quando il gioco si era fatto duro avevamo perso, noi italiani, che era finita l’Età dell’Oro, e si ragionava della piccola e media industria come di un impero e ci si distruggeva di nostalgia per i bei tempi andati e ci si diceva che gli imperi nascono ma muoiono anche, e ora eravamo in decadenza, c’era poco da fare, vicini alla morte, e si leggeva Carlo Cipolla e ci si sfregava gli occhi perché sembrava che parlasse proprio di noi quando ci ammoniva che

 

negli imperi maturi erano destinate a svilupparsi le mode e le licenze più stravaganti, che più un impero maturo è fiero della propria eredità culturale, più è emozionalmente difficile per la sua gente evolvere verso nuovi modi di essere e di fare le cose, sotto la pressione della concorrenza esterna e di crescenti difficoltà, che finché un impero è fiorente, i suoi membri mostrano una forte tendenza a illudersi riguardo alla sua speranza di vita”.

Così Edoardo Nesi nel suo precedente romanzo “L’età dell’oro” (Bompiani, 2004) raccontava, ambientandola nel 2010, la storia di un imprenditore tessile di Prato fallito, la sua storia.

Leggendo il suo ultimo lavoro uscito, sempre per Bompiani, in questi giorni veniamo a sapere che in realtà l’azienda di famiglia è stata venduta proprio nel 2004 dopo tre generazioni, due e mezza in verità, di buona gestione. In “Storia della mia gente. La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia” è forte l’accusa a chi in Italia, politici, economisti e classe dirigente in genere, non ha saputo difendere le piccole medie imprese dalla globalizzazione montante.

L’accusa, sembra di capire, non è tanto al non aver saputo fermare ciò che non era arrestabile, ma nel non aver mai voluto prendere veramente coscienza dell’originalità del nostro modello di sviluppo economico e dunque nel non aver fatto nulla per difenderlo, anche laddove sarebbe stato possibile.

Anzi, la grande minaccia c’è stata talvolta spacciata come ricca opportunità. Questa è la parte del libro che più mi ha convinto anche perché scritta con sofferta partecipazione. Ciò che meno condivido di questo autore, che seguo da quindici anni, è invece la mancanza di speranza, come se la sua parabola personale fosse destino di un intero paese: in questo senso “la mia gente” non è riferito solo ai familiari o ai tessili pratesi, ma all’intero mondo imprenditoriale italiano.

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No, non è così, molte piccole imprese, con i loro capitani in prima linea, sono passate al contrattacco e con sforzi sovrumani e colpi di genio difendono uomini e mercati. Perché, come ci raccontava settimana scorsa Guido Corbetta, lo schiaffo ogni tanto può essere sgradito, ma salutare.

 

Al Vinitaly di Verona e al Salone del Mobile di Milano nelle prime due settimane di aprile ne abbiamo avuto l’ultima prova: spero che alla vastità delle proposte e ai numeri delle presenze siano poi seguiti anche gli ordini, ma in ogni caso la vitalità della nostra realtà industriale è stata ben testimoniata.

 

E allora è lo stesso Nesi che, forse, ci spiega il motivo degli insuccessi che pur ci sono stati “è anche colpa nostra, che pensavamo di poter continuare all’infinito a fare il mestiere dei nostri padri come se fosse un diritto acquisito e intoccabile, che ci illudevamo di poter vendere nel terzo millennio gli stessi tessuti che producevano loro, fatti delle stesse materie prime e degli stessi filati, e tesserli sugli stessi telai, tingerli degli stessi colori, rifinirli allo stesso modo e venderli ai soliti clienti, nei soliti mercati”.



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