Razzismo nero

- Lorenzo Albacete

Negli Stati Uniti resta ancora aperto sottotraccia un dibattito cominciato dopo l’elezione di Obama: quello sul razzismo

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Fin dal primo momento in cui apparve concreta la candidatura di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti, si è aperto a destra un dibattito sul suo patriottismo. Una parte di questa discussione riguarda le caratteristiche razziali di Obama, riportando alla luce una questione rimasta sepolta sotto strati di “correttezza politica”: data la storia di razzismo di questo Paese contro gli afroamericani, e i ricordi e le interpretazioni di questa storia trasmesse alle generazioni che non hanno partecipato alle battaglie per i diritti civili e alle conseguenti vittorie sul piano giuridico, dato tutto questo, è possibile per una persona erede di questa tradizione essere riconosciuta come un patriota da tutti gli americani, indipendentemente dalle loro inclinazioni politiche?

 

La questione è tanto affascinante quanto esplosiva se dovesse sfuggire di mano alla gente seria ed essere gestita dai fomentatori di violenza di ogni parte. Eppure, proprio questa è la questione sollevata la scorsa settimana dal potente commentatore conservatore (in radio, televisione e internet) Rush Limbaugh. In questo momento, la discussione sembra essere rimasta viva principalmente nella blogosfera, ma è chiaro che, al di là di quello che uno pensa di Limbaugh e delle sue reali convinzioni e intenzioni, la questione costituisce un fatto politico che non può essere ignorato, se si vuol capire cosa sta succedendo in questo Paese.

Qui di seguito alcune delle osservazioni di Limbaugh: “Abbiamo un presidente e un governo interessati alla vendetta” (presumibilmente per quello che è stato fatto agli afroamericani). Abbiamo eletto “uno che odia l’America”. Obama “non sarebbe stato eletto se non fosse nero”. “Ora siamo governati da un popolo che non ama il Paese”. “La più grande minaccia ci arriva dall’interno”. Obama “vuole creare un’illegale carta dei diritti estranea alla nostra tradizione”, egli “vuole continuamente estendere i diritti di terroristi e spie”. Obama è “il primo presidente nella storia – almeno che io sappia – che vuole davvero la caduta della sua nazione”. Obama “ama punire questo Paese”.

Rush Limbaugh è anch’egli una persona molto discussa, ma quanto afferma sulla mancanza di patriottismo di Obama e le connessioni con il problema razziale è ripreso da altri commentatori considerati autorevoli. Per esempio, da Thomas Sowell, egli stesso un intellettuale afroamericano , che non si presta a essere etichettato come un commentatore “scandalistico”.

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Sowell ha scritto di recente nel suo blog che Obama si è presentato come una persona “post razziale”, ma che questa è solo una furba politica e non riflette i suoi veri sentimenti. Un chiaro esempio alla base delle sue motivazioni è la ventennale collaborazione con il pastore nero Rev. Jeremiah Wright.

 

“Chiunque possa credere che Obama non avesse capito cosa significassero i proclami razziali di Jeremiah Wright, può credere a qualunque cosa… Circa la razza… Barack Obama sa cosa il pubblico vuol sentirsi dire, e questo è quanto ha detto. Ma la sua politica come presidente è stata l’opposto di questa sua retorica”.

 

E importante ricordare l’esperienza di Obama come “community organizer”, dice Sowell. Per costoro, “il risentimento razziale è merce comune”, perché tendono non a organizzare la comunità, ma “i risentimenti e le paranoie dentro la comunità, indirizzando questi sentimenti contro altre comunità, da cui si possono trarre vantaggi o rivendicazioni, e usando qualsiasi argomento o strumento adatto al raggiungimento dello scopo. Pensare che uno che ha promosso per anni rivendicazioni e radicalizzazioni possa, come presidente, portarci tutti verso l’unità è il trionfo del pio desiderio sulla realtà”. Non deve quindi sorprendere, nota ancora Sowell, che Eric Holder, il Procuratore Generale di Obama, abbia definito una volta l’America “una nazione di codardi” per la sua non volontà di affrontare la sua storia razzista.

 

La citazione del Rev. Jeremiah Wright mi ha fatto ricordare di un altro pastore battista, Meridian Henry, un personaggio centrale nel famoso pezzo teatrale di James Baldwin Blues for Mister Charlie, pubblicato nel 1964 (e citato da Luigi Giussani nel Senso Religioso). “Mister Charlie” è un termine afroamericano per indicare i bianchi.

 

La commedia riflette le discussioni tra i seguaci della non violenza di Martin Luther King nella lotta per i diritti civili e coloro che mettevano in discussione la reale efficacia di questo approccio. Meridian è un sostenitore della non violenza e si richiama in questo alla sua forte fede cristiana. Verso la fine della commedia, tuttavia, Meridian incorre in una chiara crisi della sua fede, come risulta da ciò che dice a Dio nel suo ultimo sermone.

 

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“Mi rivolgo a Te questa sera da una tristezza e da domande che finora non avevo conosciuto… Non si tratta di questi giorni bui, abbiamo già conosciuto tempi oscuri. Non è solo che il sangue scorre e nessuno ci aiuta; non è solo che i nostri figli sono distrutti davanti ai nostri occhi. Non è solo che le nostre vite, giorno dopo giorno e in ogni ora di ciascun giorno sono minacciate da persone tra le quali Tu ci hai messo. Abbiamo sopportato tutte queste cose, mio Signore, e abbiamo fatto ciò che i profeti non hanno potuto fare, abbiamo cantato i canti del Signore in una terra straniera.

 

Quale peccato hanno commesso i nostri padri da dover essere espiato con le catene, la frusta, con la fame e la sete, con i massacri, il fuoco, la corda, il coltello, e per così tante generazioni in questi lidi selvaggi, in questa strana terra? La nostra offesa deve essere stata enorme, il nostro crimine incommensurabile. Ma non è il passato che fa il nostro cuore così pesante, è il presente, Signore, dove è la tua speranza? Chi o cosa toccherà i cuori di questa gente sconsiderata e la distoglierà dalla distruzione?

 

Non lascerò questa terra, questa strana terra che è la mia casa. Ma posso chiedere ai figli di continuare a sopportare per sempre le crudeltà a loro inflitte da coloro che sono stati i loro padroni e che ora sono, in verità, i loro compatrioti? Che speranza ci può essere per un popolo che nega i propri atti e disconosce la propria parentela e fa questo in nome della purezza e dell’amore, in nome di Gesù Cristo? Quale luce, Signore, è necessaria per vincere una tale oscurità? Non lascerò mai che essa mi conquisti, anche se so che un giorno distruggerà questo corpo. Ma cosa succederà ai figli?

 

Non ti lascerò andare fino a che non mi darai un segno! Un segno che indichi possibile la nascita di una sorgente nel terribile deserto del nostro tempo, una sorgente della vera moralità che ci conduca, Signore, verso quella pace sulla terra desiderata da così pochi attraverso così tante epoche. Insegnaci a fidarci del grande dono della vita e a imparare ad amarci l’un l’altro e a osare di camminare su questa terra come uomini. Amen”.

 

Questo mi sembra il livello da cui partire per giudicare l’attuale discussione sull’amore per il Paese e sulla verità della sua storia. Meridian è andato fino in fondo alla questione, secondo quanto la sua fede battista gli ha concesso. Ciò che manca è l’esperienza cattolica della Comunione dei Santi costruita dallo Spirito come Corpo di Cristo sulla terra, il frutto della Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Questo è il segno di quella sorgente di vita per cui ha pregato Meridian.

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