Protezionisti a chi?

- Raffaello Vignali

Gli ultimi dati sull’economia italiana sono incoraggianti, ma la politica, specie a livello europeo, può fare di più per aiutare la ripresa

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I dati su Pil e produzione industriale relativi all’Italia sono senz’alto incoraggianti. L’aumento dell’1,1% del Pil nel secondo trimestre, se confrontato con quello del 2009 (-6,1%), indica indubbiamente un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi due anni, che hanno segnato sistematicamente un segno negativo, con la sola eccezione del primo trimestre del 2008.

 

Ancora più incoraggiante è la performance della produzione industriale, che segna per giugno una crescita dell’8,2%, ma che è in segno positivo da gennaio e che, a partire da febbraio ha registrato ogni mese una cifra mai inferiore al 7%.

Sicuramente questi mesi non sono sufficienti a essere cartesianamente certi che l’uscita dalla recessione sia definitiva, ma lo sono per permettere di scommettere con buonissime probabilità su di una ripresa significativa.

Di fronte a questi dati, vi sono stati molti commenti freddi o scettici, tesi a ripetere il ritornello che abbiamo sentito fin dall’inizio degli anni 2000: l’Italia cresce troppo poco rispetto agli Stati Uniti e agli altri Paesi Ue.

Ciò è vero, ma occorre capire perché. Il nostro sistema economico è fatto per la quasi totalità di micro, piccole e medie imprese. Esse costituiscono una sorta di tessuto elastico che nei momenti di difficoltà regge meglio di altri sistemi (quelli basati sulla grande industria), ma che nei momenti di ripresa tende a ripartire più lentamente, anche per la minore capacità d’investimento.

Insieme a questo dato intrinseco al sistema delle imprese, vi è poi il dato ambientale che tende a penalizzarne la competitività (complicazione ed eccessiva variabilità normativa e burocratica, incertezza del diritto, inefficienza della giustizia civile, infrastrutture, alta tassazione e problema energetico).

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In questi anni di recessione abbiamo visto le piccole imprese tenere molto più delle grandi. Il dato sull’aumento della disoccupazione ha riguardato in misura assai maggiore le grandi imprese che non le piccole. Le piccole come le grandi sono state costrette dalla crisi a fare efficienza e a eliminare gli sprechi e le spese superflue.

 

In tantissimi casi hanno “approfittato” di mesi di ristagno del mercato per concentrarsi sull’innovazione e hanno coniugato la cassa integrazione con percorsi formativi per i dipendenti. Sapevano che la crisi sarebbe inevitabilmente passata e che dovevano farsi trovare pronte alla ripartenza.

 

Hanno esplorato soprattutto i mercati esteri, e i dati sul commercio estero diffusi nelle scorse settimane dall’Ice ne danno conferma: le piccole imprese, nel commercio estero, hanno ormai raggiunto i livelli pre-crisi. Certamente sono state sostenute da un più favorevole rapporto euro/dollaro, ma i risultati non sono dovuti innanzitutto a questo.

 

Cosa serve, allora, per rendere più robusta la ripresa? Dario Di Vico titolava domenica il suo editoriale in modo semplice quanto efficace: “Serve uno scatto”. Lo scatto che serve non è certo una politica industriale fatta di sussidi, sia perché sarebbe sbagliato, sia perché, comunque, non ci sono risorse pubbliche da spendere in deficit.

 

Uno dei fronti principali sui quali serve uno scatto della politica è senz’altro l’Unione europea. Abbiamo letto in questi giorni che l’Europa ha di fatto bloccato la legge italiana per la tutela del Made in Italy, la “Reguzzoni-Versace”, approvata da Parlamento italiano con un solo voto contrario.

 

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Il Ministro Ronchi e il Viceministro Urso hanno difeso la scelta di Bruxelles, sostenendo che è più importante difendere in autunno il Regolamento “Made in”, che introduce l’obbligo di marchiare in modo chiaro le merci che entrano in Europa da paesi extra Ue.

 

In realtà, si fatica a comprendere perché si debbano contrapporre due principi entrambi giusti: abbiamo bisogno di difendere le nostre produzioni a tutti i livelli, anche a Bruxelles. E non per protezionismo, ma perché non possiamo difendere i consumatori se non difendiamo le nostre produzioni che tutelano salute e ambiente.

 

Sappiamo anche che agitare la presunta lesione della concorrenza è solo un pretesto. Il marchio made in Italy non è lesivo della concorrenza né più né meno di un marchio o una certificazione di qualità. Sappiamo bene che la realtà è un’altra, che ci sono Paesi europei che vogliono togliere alle nostre imprese un brand forte e riconosciuto.

 

A Bruxelles non ci sono principi scolpiti nel cielo, si può mettere tutto in discussione. Proprio per questo servirebbe vedere in Europa uno spirito diverso da parte dei politici italiani, a cominciare da quelli che hanno responsabilità dirette. È questo scatto della politica che ci serve.

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