Il Libano non vuole morire

- Roberto Fontolan

Il paese resta perennemente in cerca di una propria identità e di un equilibrio capace di durare nel tempo, ma non vuole morire

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Un soldato libanese libera dalle macerie un checkpoint dopo un bombardamento israeliano (Foto Ansa)

Nella pentola a pressione mediorientale sono svariati gli ingredienti in ebollizione. La paralisi delle trattative (?) tra israeliani e palestinesi, da tempo immemorabile inchiodate ai preliminari procedurali. I nemici Iran e Arabia Saudita che si contendono i favori della Siria. Lo spazio nuovo che l’allontanamento da Israele ha creato alla Turchia. L’incognita Egitto dove è finalmente cominciato il conto alla rovescia per la successione a Mubarak. E poi il Libano, un concentrato di tutto. Religioni, politica, feudalesimo, corruzione, cultura, storia, bellezza, lusso, miseria, libertà, barbarie.

 

Un ex miracolo di equilibrio e di convivenza (per questo molto amato da Giovanni Paolo II) ormai convertito, dopo l’interminabile guerra interna scoppiata nel ‘75, in una palude di tatticismi e schermaglie. Dopo quella guerra è venuto il tempo di Hezbollah, Il movimento sciita di stampo iraniano che ha soppiantato il vecchio (e laico) partito-milizia sciita Amal guidato da Nabih Berri, che ancora vanta un ruolo istituzionale. Nel Libano infatti non si butta niente, i nomi sono sempre gli stessi. Quando qualcuno dà veramente fastidio lo si elimina.

Hezbollah dunque: chi viaggia nel sud percorre strade imbandierate con il kalashnikov nel pugno, e alle bancarelle insieme alle cianfrusaglie compri le magliette inneggianti alla vittoria contro Israele. Hezbollah, in questo periodo innervosito dai possibili risultati dell’inchiesta del Tribunale internazionale sull’omicidio del premier Rafic Hariri nel 2005 (Siria e milizia sciita sono in cima alla lista dei sospettati), conta anche sulla simpatia di una parte dei cristiani, una volta al centro di tutto il sistema libanese e ora marginalizzati in ruoli di complemento.

Dopo Bechir Gemayel, spazzato via da un attentato tra i più feroci, non è stato più tempo di leader cristiani, ma solo di interminabili faide. L’appoggio a Hezbollah, impensabile per i cristiani fino a dieci anni fa, viene dalla convinzione che in fondo si tratti di un movimento nazionale, pronto a battersi per l’integrità del Paese. Beninteso, grazie ai cristiani e ai sunniti resistono in Libano una struttura statale e un esercito che non ha paura di scontrarsi (per qualche ora) con tsahal, il dirimpettaio israeliano.

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C’è una vita economica, anche fiorente a Beirut, una brillante vita culturale, una massiccia partecipazione religiosa sulla quale germogliano esperienze di fede e di carità intensissime. E una vitalità sociale dovuta al pluralismo e alla garanzia di libertà individuale e comunitaria che qualunque paese arabo o a maggioranza musulmana dovrebbe imparare.

 

In queste settimane i libanesi stanno discutendo animatamente della questione dei diritti da concedere ai rifugiati palestinesi, che a varie ondate, i primi addirittura nel ‘48, hanno riempito i campi profughi rimanendoci per sempre anche per volontà dell’Olp, oltre che dei governi di Beirut.

 

Ora il vento è cambiato, i palestinesi non sono più sentiti come un minaccia e anzi potrebbero portare linfa nuova a una società perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. Non si parla di cittadinanza e di voto, ma di proprietà, istruzione, lavoro e così via.

 

È un esempio per dire di un Libano che lotta strenuamente per non morire mentre molti, dentro e fuori, non vedono l’ora di partecipare ai suoi funerali.

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