Il dolore di Hermann e Aleksandr

- Pierluigi Colognesi

Cosa può suscitare la “supremamente desiderabile” ma altrettanto rara esperienza della letizia nel dolore? Risponde PIGI COLOGNESI

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In questi giorni mi è capitato di leggere un libro e di ricordare un anniversario che hanno fatto convergere i miei pensieri su un’esperienza supremamente desiderabile e, però, rara; così rara da apparire quasi impossibile. Sto parlando della letizia nel dolore. Normalmente – e da un certo punto di vista comprensibilmente – il dolore appare come un’ombra che strozza, una negazione insormontabile del proprio desiderio di felicità. Invece quel libro e quell’anniversario dimostrano che è possibile varcare la contraddizione, trovare sotto e dentro il dolore un livello per cui esso, senza smettere di far male, si pacifica come parte di un disegno buono, come positività più profonda di ogni apparenza contraria. E così non sconvolge il calmo mare della letizia.

Il libro è quello che Davide Rondoni ha dedicato alla vita di sant’Hermann. Secondo le usanze ancora un po’ selvagge del nobile casato in cui è venuto al mondo nel 1013, il neonato Hermann sarebbe dovuto morire: uno sciancato che non si sarebbe mai retto in piedi, uno sgorbio d’uomo che forse non sarebbe sopravvissuto che pochi mesi era un’onta, una macchia sulla floridità della stirpe. Il padre, Wolverad, è quasi convinto a procedere all’infanticidio, ma un vecchio amico lo convince a desistere; è meglio che il conte consegni il figlio a un monastero; sarà poi quello che Dio vorrà.

Così è stato e Hermann cresce a Reichenau, dedicandosi allo studio, fino a diventare uno dei maggiori dotti del suo tempo e a scrivere opere sugli argomenti più impegnativi, dalla storia alla geometria, dall’astronomia alla musica. Ma non è tanto il sapere enciclopedico di Hermann che affascina, bensì la sua sorprendente letizia. Lui che non poteva trovare riposo in nessuna posizione, lui che era costantemente in compagnia del dolore fisico, lui che faticava a parlare scioltamente aveva una tenera luce negli occhi, riverbero di un dolce canto del cuore. Una musica che è passata dall’intimo allo spartito, quando Hermann ha composto la splendida melodia della Salve Regina.

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L’anniversario è quello della morte di padre Aleksandr Men’. Il 9 settembre di vent’anni fa, mentre si recava a celebrare la messa nella sua chiesetta di campagna, questo straordinario apostolo ed evangelizzatore nella ufficialmente atea Unione Sovietica, è stato ucciso a colpi di ascia. Non si è mai scoperto da chi e perché sia stato assassinato. La sua vita e la sua missione sacerdotale non erano state facili.

 

Di famiglia ebrea (nato nel 1935), era stato battezzato nella Chiesa ortodossa e, giovanissimo aveva sentito la vocazione a farsi sacerdote. Ma essere prete in URSS non era cosa semplice: controlli, spie nascoste tra i fedeli, lunghi e ripetuti interrogatori, l’impossibilità di parlare liberamente o di pubblicare libri e articoli. E la minaccia sempre incombente di essere arrestato e di finire in lager o in ospedale psichiatrico.

 

C’erano ragioni sufficienti per accontentarsi di celebrare la messa e pensare ai fatti propri. E invece padre Men’ è diventato il fulcro di un grande movimento cristiano; centinaia di persone si sono convertite dialogando con lui e moltissimi hanno trovato in lui il padre nella fede. La sorveglianza del regime non si è mai allentata nei suoi confronti. Eppure tutti quelli che l’hanno conosciuto parlano di una persona per nulla angosciata o ansiosa, ma sempre lieta. Anzi era proprio questa sofferta letizia – ben più profonda di una giovialità di temperamento – che conquistava i suoi interlocutori.

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