“Malati” di certezze?

- Pierluigi Colognesi

Si stanno registrando grandi mutamenti nell’uso della lingua italiana. L’importante è ricordare a che serve l’uso di una parola o di un congiuntivo

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Foto: Imagoeconomica

Gli abitanti del vasto paese della grammatica, della sintassi e del lessico – dicono recenti indagini apparse sui quotidiani – sono colpiti da estese pandemie. Il passato remoto è molto malato e, non riuscendo più a controbattere al pesante attacco del più vigoroso passato prossimo, si sta ritirando in piccole enclave regionali; spera di non morire così come è successo al trapassato remoto, ma i pronostici non sono favorevoli.

 

Quasi del tutto estinto è il punto e virgola. Il congiuntivo è decisamente debilitato e in affanno. Migliaia di parole, cadute nel più completo disuso, vivacchiano nei discorsi di qualche erudito o addirittura sono oggetto di campagne per evitarne la completa estinzione, come i panda.

Niente di cui scandalizzarci. La lingua è una cosa viva e, come tale, cresce e cambia pelle. La necessità di essere spicci e immediati suggerisce di abbandonare vecchie forme imparate sui libri di grammatica (se le si è imparate), per utilizzare quelle che appaiono più facili. Intonare il lamento funebre del «non c’è più il bel linguaggio di una volta» è sostanzialmente fuori luogo. Alcune considerazioni, però, si possono fare.

La prima: troppa semplificazione lessicale non finisce per coincidere con un impoverimento? Le parole sono indici puntati a indicare una specifica realtà. E la realtà è infinitamente complessa e variegata. Così complessa che chiunque abbia a che fare con un lavoro nel quale le parole sono strumento indispensabile sa bene che nessuna di esse è tanto precisa da coprire esattamente la superficie di quello che si intende esprimere.

I grandi geni della letteratura sono quelli che si sono avvicinati di più. Quando ci si abitua a usare le stesse parole generiche per indicare cose molto differenti tra di loro, si finisce per essere un po’ più poveri e decisamente meno comunicativi. Il risultato è un rimpicciolimento del complesso mondo delle cose, un rattrappimento dell’universo dei sentimenti, un immeschinirsi del paesaggio delle idee.

Possiamo chiamare indistintamente «cosa» la scrivania, un secchio e il soprabito, ma è più efficace e soddisfacente dare a ognuno il proprio nome. E se non distinguiamo bene tra passione, attrazione, interesse o dedizione e chiamiamo tutto amore, caschiamo in gravi infortuni. Certamente non si costruisce una vita interiore perché si moltiplicano le parole, ma illuminare con il termine esatto quello che si vede, prova o pensa aiuta a far emergere una ricchezza che, altrimenti, soffoca nell’indistinto.

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Una seconda osservazione riguarda il congiuntivo. Ho paura che il suo abbandono indichi qualcosa di più di una semplice preferenza per la comodità espressiva. A scuola mi hanno insegnato, ad esempio, che si deve dire: «Penso che tu sia» e non «Penso che tu sei» e per me questo significa una certa attenzione a non essere precipitosi, apodittici, definitori.

 

Il congiuntivo serve, in questo caso, per segnare una sfumatura, un’attenzione a quello che potresti non vedere, una certa – mi si passi la parola, appunto, desueta – umiltà, come di chi sa che sta maneggiando un oggetto fragile. A volte sembra invece che solo il linguaggio categorico e l’affermazione sicura di sé abbiano cittadinanza nel nostri discorsi. Ma a ben vedere questo modo di esprimersi non documenta una grande certezza; anzi cerca, goffamente e inutilmente, di nascondere una profonda insicurezza.

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